| aria delle notti senza vento | ||||
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sabato, settembre 30, 2006
Non ho desiderio, non di un volo attorno a me - che il mondo trema/
tempestosamente trema/
è terribile, sono nelle tue stanze e sono tutte bianche/
e c’è un respiro del tuo malessere e dei tuoi sorrisi/
oppure/
la lucidità è degli annientati, dei conficcati nel suolo/
e chi sprofonda, amore, ha capito che siamo tra queste mura/
come fantasmi che si spogliano/
invisibili/
tremanti/
come un aereo in quota. Tu speri tutto quanto diventi luce/
io penso che mi offri un mazzo di astri/
da cui estrarre una gioia potente e un morso infinito.//
A me stesso dico è una solitudine piena di speranza/
il futuro, è un grigio dipinto di pareti campali/
è una campana di odio, un fiore rosso/
carminio, una fretta che distrugge/
il futuro, una rotta immensa/
una sete, questo io vedo per noi/
con le ali ed il pianto. Questo scivolare nel silenzioso/
corridoio di casa tua, le notti che sono passate/
tra i tuoi piedi scalzi, ordini e complessità/
e l’equilibrio di un ordigno che si spegne. //
Sai, sono ripreso da me stesso in un atto di ferocia assordante,/
un filmato del distacco che torna, una fuga che cede per sempre/
foglie sul cammino, sentieri di primavera/
questi tuoi averi stanchi sulle pareti/
i libri accanto al tuo letto, le icone e gli spari mortali del silenzio//
tutto questo ti conosce senza replica.
postato da fabiochiusi |
18:24 | commenti (3)
giovedì, luglio 27, 2006 Ancora una volta dimentica e ripiana la stanza,
ante nuove, chiuse pareti per i cugini di ieri
affondati nelle stanze passate, cuscini profumati
e tempi stranieri per belve feroci. Cancella
le soglie, gli spettri
lasciali dall’altra parte, lo steccato si divide
in cielo e terra, cenere e spavento
fiore o lanterna. Combatti. Il corso che affianca
la strada percorre il tuo volto, affoga nelle braccia
lisce cui si attaccavano i mondi
scivolando. È un puro affrontare l’ignoto.
Ho una casa nuova, senza mobilio
e tanto ricorda lo smarrimento di fronte
alle comete o all’inevitabile: ma tu portalo
dentro le serrature
se è di un comando che hai nostalgia.
Io è di tutto che ho nostalgia: a volte tornano
le tue mani e mi sembra di afferrarmi
ma sono scale che non terminano, luci
nello spazio siderale tra i ripiani
ed ingannano spesso. Perché ogni edificio
inganna coi suoi mari di possibilità
che schiantano sui ballatoi, le ordinazioni
affamate di chi come un segugio rincorre
le porte alla ricerca di un secondo
del tuo viso. Vedi il tempo nella briciola
e l’ingresso stanco della camera da letto:
ora è un’anticamera di cenere e dannazione
non posso immaginare senza il bianco
delle poesie che scrissi sulle tue lampade.
Il tempo si divide, ce n’è uno in cui
ancora prometti di volere il tavolo nel posto
di prima, i libri accatastati come quando
spegnevo la luce mentre dormivi
e ce n’è un secondo, reale, in cui la casa
è vuota e non c’è il rintocco delle sei e non
si crede più alla follia assoluta
di morderci allo specchio. Dimentica.
Sono le cose di ieri questa fretta
di trasportarsi altrove, è sempre di questo
che soffriamo, dell’ignoto e della eco
triste della partenza, le valigie insonni
nelle mani che cercano la chiave
di un segreto accesso alle stanze di ieri.
Porta le mie dannazioni, dimora dai giorni
di latte: è solo una cadenza di rabbia
che chiedo di allontanare, non tutte le copie
del mondo
solo il mio profilo si alzi nella bufera
come una strada di fiamme con le urla
dell’ombra e della cenere. Dimentico
se è questo il compenso:
anche il fiume d’oro, anche la testa
sulle spalle per i tramonti difficili. Anche
la tensione oltre l’ultima parete
l’abbatto come un animale stanco
se di questo mormorare fai un silenzio
secco. Lascia che non torni
lascia che stia dove stanno i giganti,
sul culmine dello strapiombo
a lanciare le pietre
a chi naviga sotto il suo sguardo. È per questo
che ti chiedo una casa spoglia e un bianco accecante,
anche per le carezze che ci siamo dati
e per l’ingresso che ha visto cambiare le parole
in deserti. Se di questo è fatto il segreto
lasciane le parole nelle maree, io questa lingua
la rigetto come un nemico e la desidero
sorda al mio fianco
o che sia una casa di notti e rumore eterno
in cui si stenda senza comodità
un tappeto di sconsolata amarezza
una dimora distrutta per copie d’argento
una fatalità.
postato da fabiochiusi |
18:41 | commenti (6)
mercoledì, luglio 19, 2006
Per il tempo afferro la mia spada e ti trafiggo, vento/
dei sonni eterni. Per la mia vendetta/
ti desidero, per lo scarto infinito. Noi/
che abbiamo veduto il trono e il misfatto/
siamo i testimoni di un’estasi/
che muore e si rinnova./
Che fare? Fermarsi non vale/
cedere non vale, un passo/
sembra pazzia. Queste sabbie/
e il tuo silenzio, mondo; queste/
ricerche d’un libro perfetto, iniziale/
principio di una inerzia più grande, distesa/
tra le sabbie di un sole a frontiera/
infinita: questo desiderio//
non le finalità, non i colpi avversi che tremano/
sulle rivolte d’estate, non le estati/
né il loro appagarsi: non le promesse//
solo cose di una terra nuova, il comando/
del cielo e per sempre, il tatto sulle bruciature/
e i capelli: solo il vero e per sempre./
E le forme, sconosciute/
onde di grandiosità per i mari inquieti.
domenica, luglio 09, 2006 Il dolore circondato d’aria: richiede lo spazio,
lo spazio bianco, il terrore attonito, le braccia
aperte per cogliere ogni cosa. Il suo braccio
che sradica sembra lo sfinimento di un gigante
per il corpo nascosto; alla sua destra un
finimondo eterno. Lo spegnersi è
cadere nel suo abbraccio, il frangersi
un pallido torpore. Ti consegno agli alberi in fiamme
dell'immaginazione, ma tu vieni
a morire su questa schiena,
ogni giorno riprendi la stessa curva
con gli occhi bianchi. E ricordi
orazioni passate e future, condanne inanimate,
spiriti che ti cercano e autunni
senza coda, la perfezione di ogni presenza
e il nome sfumato del volto.
Vorrei fosse oltre uno sguardo assetato, oltre
tutte le brame, cedere alla memoria
e contare i fondali,
per l’ultima volta perdere il corpo.
mercoledì, luglio 05, 2006
Mi allontano dai martiri, io che nella bocca/ porto lo iodio dei mari assassini/ e soffio al tuo fiore immenso l'aria della pace/dirigo verso il litorale, senza nulla chiedere/allo specchio che attende: i miei eredi/ voglio sino immagini senza ombra,/ contatti senza luce, pura dimenticanza.// E ti osservano mentre sfogli le carte dei sorrisi/ i ricordi dei compagni persi, ora che chiedo/ solo le pause tra un atto/ e la fine sento il mescolarsi delle tue mani/ col mondo e mi sembra di essere vano/ e stanco come se da sempre dormissi.// Il tepore trascina le sue preghiere/ in marcia nelle vecchie sabbie, a fondo/ o nella superficie/ ti accoglie lo stesso mattino/ ed il cerchio si ripete, io che inseguo/ il mare di porpora, tu che lo rinneghi per sempre. postato da fabiochiusi |
13:59 | commenti (1)
domenica, luglio 02, 2006 Questa specificità del dolore me la devi almeno/
spiegare con esempi che superino le mura provvisorie/
di chi ti rifiuta, almeno un appoggio per questo/
confinarsi, almeno una colorazione/
anche frantumata/
per questi passaggi sui deserti/
dove ho impresso coi colori/
gli abbandoni. Altrimenti giuro/
mi spezzo sotto i campi del sole/
divoro i miei lembi e ti/
prometto sarà il tuo stesso cuore a morire.
postato da fabiochiusi |
21:47 | commenti (2)
giovedì, giugno 29, 2006 Perché ogni era coincide col paradiso/
io ti tengo nel tempo del definito e dell’afferrabile,/
nei campi di specchi sulle rive/
che ho gettato per contenerti. Perché ogni/
ora tu sei il confine ed il coltello/
sei la forma di ogni tocco./
Prendo questo libro dalla genesi/
e tu viaggi nelle molecole con la storia/
intera delle generazioni e coi/
bersagli falliti e le considerazioni raggiunte./
Perché ho guardato indietro, perché/
ho dovuto vedere gli specchi/
riflettermi sempre nella partenza/
questo male non passa.
postato da fabiochiusi |
16:22 | commenti (3)
Chi maledice con le labbra unite/
e giunge alla fame, chi saluta l’impossibile con le ali spiegate/
e s’arrende alla sete, chi ha la fretta d’impossessarsi/
di una dimora lontana, rimpiazzare gli oggetti sulla credenza,/
scegliere un colore nuovo per il soffitto se l’ombra del quadro/
non dipinge il volto di azzurro./
Chi ha lasciato tutte le case che ha abitato manca/
della forza di guardare la notte nel viso. Poi/
l’arrembaggio e la rivoluzione di chi, remotamente, scioccamente/
arranca per un posto all’ingresso, la porta sbarrata/
le mani che tremano nella penombra. Ed ora toccami/
come ha fatto la notte elementare, il primo compito della notte/
è aprirti alla grazia, rispondere a chi in un sussurro/
viene alla tua porta.
postato da fabiochiusi |
15:26 | commenti (2)
giovedì, giugno 15, 2006 Raccogliti presso di me, con le spalle immerse/
nella serenità dei riflessi: gli strumenti/
saranno il tuo vizio/
di confondermi e il peccato, se la preghiera/
è per un concorso di attimi/
in cui tutto desiderare. Vorrei tu restassi/
tra le maglie di una quiete attonita, uno stupore/
di marmo per conforto, un sorriso/
giocato appena nell’insensatezza: questa/
debolezza ci separa, amore,/
non vedi le carte/
distese nella volta notturna, non le vedi/
confondersi ai bagni di luce//
sono le bandiere di una follia, le/
generazioni della fede/
indomabile negli atti dei crisantemi,/
un fiorire che abbraccia. Ma c’è un tempo/
per le diminuzioni/
che attraversa il fuoco del ciclone/
e contagia le periferie, brucia/
le onde passate//
è questo fondo che osservo/
nella purezza e nel candore, a questa/
catena porto respiro/
in questa fine si annida il tramonto.
postato da fabiochiusi |
20:24 | commenti (1)
mercoledì, giugno 14, 2006
È in quella fase del moto in cui viene il dissenso,/
non passi mai l’attimo in cui a sera/
può decidere di sé, che sempre assomigli a una sfera/
cadente, a un tempo reciso. Non cammini così,/
sotto l’intimo delle strade/
striscia l’amore, non lo vede se guarda per sempre/
i confini. Ha ancora sette otto anni/
prima di annegare in uno sguardo: impareremo/
ad aspettare come si attende una vana speranza./
Quando sconvolto di febbri perderà le sue sfide/
sceglierà di seguire nel solco/
le orme dei cani: non vivrà/
per sempre in rivolta. E quando avrà imparato a cadere/
rimpiangerà i giorni delle albe apparenti,/
i biglietti per la fine.
postato da fabiochiusi |
21:15 | commenti (1)
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