aria delle notti senza vento


about
un dolce, lievissimo pugno nello stomaco prima di chiudere gli occhi e cadere.

altri link
banana co.
farraginoso board
mello_yello
sam-dividing days ep
true luv board


blog archivio
oggi
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004


counter
visitato *loading* volte



venerdì, gennaio 30, 2004
 
non me ne frega un cazzo di sparire. voglio dibattermi, voglio avere freddo, voglio stringere, mordere, avere. voglio che si consumi tutto quanto prima che mi consumi io. non me ne frega se ho il vento nei capelli o non ce l'ho. non mi interessa se è giusto o sbagliato. voglio solo chiedere, ottenere, chiedere, ottenere ancora. il sale sulle mie cose è che hanno fretta. avere fretta è imparare a bruciare. io voglio bruciare, essere tenebra, bruciare ancora. non me ne frega un cazzo se è per poco. voglio che sia tutto pieno di ghiaccio quando me ne andrò. voglio lasciare un vuoto incolmabile. voglio che il buio non esista, finchè vivo. voglio essere una lama, una luce, qualcosa che porti sulla pelle, qualcosa che mostri la pelle. due bicchieri di vino e tutto prende il fiato e le carezze. il respiro è averti, la dolcezza è quando manchi. voglio trascorrere e poi non avere altro che passato. voglio che tutto sia passato, che tutto sia speranza di qualcosa che esiste. ah, potessi respirare in eterno sarebbe tutto bellissimo e pieno di te e di me, pieno della nostra gentilezza, del nostro amore breve, che si consuma. avessi la forza imprimerei il moto al mondo, sarei l'accelerazione dell'occhio sul significato. avessi te, qui e ora, sarebbe tutto ridicolo, sciocco al confronto. sarebbe tutto pieno di difetti, una volta separati. tutto bucato, insignificante, inane. non me ne frega un cazzo delle opinioni del mondo, degli a e dei non a, delle affettazioni, delle speranze, dei vuoti lucidi del mio senno. voglio essere mare, voglio essere morte, voglio andare su tutte le cose e riempirle di me. voglio che tutto mi somigli.
postato da fabiochiusi | 19:16 | commenti (1)
 
di fronte alla morte e all'ipocrisia. una cariatide bianca, di marmo. le montagne a perdita d'occhio, vastissime, che mettono il terrore addosso. tutto in tonalità d'arancio e lilla e grigio, al tramonto, immerso nel gelo. il pomeriggio, la morte. vado al duomo di gemona al funerale del padre di laura. l'ho amata, laura, e molto. suo padre l'ho amato meno. era vecchio, e non mi lasciava vedere sua figlia. il cestino delle offerte passato durante i canti, tra le lacrime. il lusso contro l'impotenza. una frase stupenda di un officiante: vi auguro un conforto grande quanto il dolore. il resto un'accozzaglia priva di senso di speranza, superstizione e falsità. la gente che si stringe sbadigliando attorno alla famiglia. quelli che chiacchierano. quelli che ripetono a fil di bocca le frasi che non capiscono, sciommiottando le omelie e i passaggi del testamento. la gretta imbecillità del gesto della estrema unzione. la morte, quella vera, è fuori, sul marmo che splende d'alba, sul grigio che circonda il sole di polvere. la morte è nel ciao papà di laura, forte, vera. non dentro a una bara. non dentro a un cerimoniale. è una giornata stupenda: il sole sbatte a picchio sulle rocce; il cielo s'inazzurra e poi si fa rosa, confondendo gli occhi nella lontananza, riempiendoli della magìa dell'immenso, dell'infinitamente grande. è così crudele celebrare una morte in un giorno come questo. gli amici stretti nel freddo. gli abbracci. le parole che non significano niente, i coraggio, i passerà, i ti sarò sempre vicino: tutte queste cose che vengono da un altro mondo. ed il sole che sbarra gli occhi, e la giornata che finisce, il corteo che si protrae attorno alla morte, quasi fosse un evento da festeggiare, un amico che incontri per caso. e la colpa, la cristianissima colpa, dappertutto. e il mea culpa. e le mani che battono sul petto. e la redenzione. e il peccato. e il peccato. e il peccato originale. tutta questa agoscia nella religione cattolica, tutta quest'ansia di morire, liberarsi che è dentro al pomeriggio. il capo si confonde quando incrocio gli occhi di laura. ha il viso duro, composto, pieno di dignità di chi combatte contro un silenzio enorme. io mi intimorisco a guardarla, vederla quanto è forte. io sarei morto. io sarò morto, mi viene da pensare: un giorno tutto questo succederà per me. e non lo voglio, penso che non lo voglio uno sconosciuto vestito a festa che mi butti l'acqua santa sui fiori che coprono la tomba. non voglio il peccato originale, non voglio niente da cui redimermi. non voglio gli abbracci, non voglio che chi mi vuole bene pianga per me. e non voglio vedere laura piangere, che mi fa male. non voglio che tutti l'abbraccino, non voglio abbracciarla a mia volta. non ho parole per lei e la sua sofferenza: mi sento stupido e debole e vuoto perchè non posso partecipare davvero della sua sofferenza e non ho niente da darle. nessuno ha qualcosa da darle. il sole sbatte ancora forte sulle mani del mondo quando lo guardo l'ultima volta. poi è lontano, tutto è lontano. la grandiosità della morte e la sua sciocca celebrazione; il duomo, i colori, la gente. resta l'immagine di persone che soffrono e se ne vanno. e in questo non c'è alcuna grandiosità o bellezza.
postato da fabiochiusi | 14:16 | commenti


mercoledì, gennaio 28, 2004
 
mi sto privando del freddo. ieri tutto il pomeriggio a coccolare il mio istinto poetico. un caffè al ginseng, una crema di limoncello, un amico indimenticabile. e le parole, dappertutto, come fiori assassinati dalla speranza. temo, dubito, cerco. ma poi è tutto magnifico e bello e senza risultato. così la vita, così la poesia. ci sono giorni in cui la rassegnazione è forte, e toglie il respiro. ce ne sono altri in cui è facile e giusto invece provare a cambiare le cose e se stessi. io non lo so se tutto questo conduce da qualche parte, ma sono certo del fatto che quando si discute della natura dell'arte e dell'uomo io sono felice, ed il tempo si frantuma sul mio corpo senza poterlo scalfire. ieri arnaldo ha detto una cosa meravigliosa: che ogni arte è sperimentale in sè. che ogni gesto creativo è sperimentale in sè. questo ha spezzato il mio tempo, creato un'ansa di meditazione infinita dentro al minuto successivo a quelle parole. arnaldo sostiene anche che ogni metafora sia stata detta, che ogni cosa sia stata scritta. ma io sono un sognatore spericolato, un divagatore degli eremi solitari, un cuore gracile, sciocco, e a questo non voglio rassegnarmi. non oggi. oggi le mie mani sono uno strumento attraverso cui la sperimentazione prende corpo, come una leva che innesti un meccanismo fantastico sopra le regole del mondo. e anche se non sono in grado di nulla, non ha importanza. non tutto si rapprende sulla pagina. non tutto ha bisogno di parole. non tutto diviene nulla, poichè non tutto prende forma al di fuori di me. ed ancòra, come un presagio o un miracolo, la bellezza che si ripete.
postato da fabiochiusi | 12:59 | commenti


martedì, gennaio 27, 2004
 
incorniciato vivo. questa immagine mi viene alla mente vivida, forte, netta mentre guardo kids. c'è la vita, in quel film: eccessiva, urlata fino al parossismo. ma c'è anche una cornice, una sensazione di limite, qualcosa che getta sconforto sopra quell'incendio di passioni e tormento. incorniciato vivo è il ragazzo che deve farsi le ragazzine vergini, altrimenti non riesce ad essere felice. incorniciata viva la ragazza che dal ragazzino si è presa l'aids, pur senza meritarselo, per una scappatella. kids è così: un mosaico senza fine, dove manca l'ultimo tassello. perchè l'ultimo tassello è la morale, e non c'è nulla in tutto il film che anche solamente di lontano ricordi un giudizio. non c'è un personaggio buono, non c'è un cattivo. ci sono gli stupidi, i furbi, ci sono gli arresi (tutti lo sono). ma non ci sono i giusti. il regista fa capire che non c'è molto da giudicare: non c'è nessuno da incolpare, per ciò che accade. i genitori che non hanno saputo dare un esempio ai figli? i figli che non hanno saputo venirne fuori con le proprie unghie? il contesto sociale? il fatto che essi stessi non ne siano stati capaci di uscire? dove sta la colpa? questo ultimo tassello fa del film un'opera che travalica la dichiarazione "incorniciato vivo" di cui ho detto qui sopra. il fatto che non venga rappresentata alcuna morale fa di questo film una possibile chiave di lettura della realtà: una chiave di lettura immediata, senza concetto: una interpretazione poco interpretante, se mi è concesso, qualcosa di molto simile a uno sguardo oggettivo sullo situazione di alcuni ragazzi di oggi. questo tassello che sfugge, che non c'è, ci permette di aguzzare il senso critico, di operare un nostro giudizio, di noi fruitori. ben vengano gli uomini che stimolano gli altri uomini a riflettere.
postato da fabiochiusi | 00:15 | commenti (2)


lunedì, gennaio 26, 2004
 
zero. tutta una giornata racchiusa dentro al tepore delle tue braccia. oggi ho vissuto un'ora. la mia vita distesa su una poltrona rossa, la mia vita con gli occhi neri, la mia vita con il tramonto e il sorriso. il resto è stato vanità, sciocchezza, consolazione di niente. non ho descritto, non ho giudicato, non ho saputo. è stato contare i difetti del mondo e lasciarli viaggiare dentro a un cuore stanco, di fondatore di nulla, di insolente inguaribile sognatore. oggi ho vissuto quando ti ho detto se non sei capace di sognare non hai niente da darmi. nessuno ha niente da dare se non è capace di sognare. non mi hai tolto la mia infanzia infinita, così ho vissuto. e ho riso, e abbiamo riso, ed è stato bello come se fossimo da soli in un luogo che desideravamo vedere. cosa ho potuto, oggi, è stato prenderti e portarti di qua del muro dei sogni, sfondare la disperazione con la cecità. poi i blond redhead, la rabbia sbilenca e le urla nel codice civile. poi la sera, il suo gelido, profondo negarsi. a volte penso che la mia giornata ruoti attorno a sentimenti primitivi, elementari, che pure molti hanno completamente lasciato fuori dalla propria vita. la bellezza, l'assolutezza, la felicità, la creazione. oggi ho pensato, leggendo una disputa tra veterocomunisti e neofascisti, all'olocausto. e mi sono detto: secondo quale legge morale condannare un comandante delle ss, se non esiste un dio? di fronte a chi o a cosa, una volta morto, questo comandante troverebbe giudizio? e dunque, a che pro vivere secondo una legge morale, quando non esiste un'assise di giudicanti dopo la vita? e mi sono chiesto: non è forse giusto che, dopotutto, ci sia un dio? altrimenti un assassino e il papa avrebbero speso semplicemente le loro esistenze come meglio aggradava loro, senza che uno dei due fosse una persona migliore o più giusta. eppure noi percepiamo il bene ed il male. perchè tutto questo? questa sera, tornandoci con la testa, non ne sono venuto a capo. forse sono tutte domande che non troveranno risposta.
postato da fabiochiusi | 19:33 | commenti (2)
 
una giornata piena di luci. il risveglio nel candore. il sonno. le memorie di chiara alla luce fioca della notte. il mio gatto nero che per la prima volta vede la neve, e ci gioca con le zampe come fosse un amico ritrovato. la strada che faccio con ema sulla statale semideserta. il mattino invaso di dischi, proposte, stimoli, ricezioni. la fame. il sonno. il ritorno, la statale ancora deserta, il cuore ancora gonfio di ieri. goro che fuma una sigaretta a casa mia parlando della giraffa di forchette. yucca appisolata nel mio giaccone bianco come dentro a una nuvola di sale. la neve che si scioglie, lasciando come un'orma di tristezza su di un cammino glorioso. gli occhi chiusi che cercano la notte. il risveglio con la voce di chiara, dolce, preoccupata, instabile. e di nuovo via: la birra al cinese con goro e caco; il cibo a scrocco al pinocchio; le polpette ingollate di fretta, in piedi, discutendo di politica; un film al blockbuster; un gelato e un bacardi breezer. infine la notte, avvolgente, che mi trova stanco e sereno, per un giorno, per la vita che mi è scorsa sulla pelle. per questo tuffo nell'onda e nel movimento una pace terrena, solida, socchiude i miei occhi. immagino chiara che si addormenta, straziata dai suoi compiti in classe; immagino chi legge perchè non riesce ad addormentarsi; immagino chi, come me, prima del sonno ama trovarsi a scrivere, accarezzare il proprio gatto, sentire i rumori netti, assoluti che solo la notte ed il buio sanno mandare. e tutto questo è la pace che ogni essere umano dovrebbe provare prima di coricarsi e radicalmente smettere.
postato da fabiochiusi | 00:07 | commenti (1)


sabato, gennaio 24, 2004
 
eri nel muro di suono e nella notte, nella voce di un angelo inconsapevole e nelle mie luci verdi. eri nella follia di un acuto che vibra tra le onde degli anni e nella mia stanza, ora, nel silenzio assoluto che fa tuonare le orecchie del rumore di fondo delle cose. stasera eri come un balsamo trasparente: sulle mani, negli  occhi chiusi sospiranti magia, nelle rifrazioni delle parole che non ti ho detto. è stato un lungo toccarsi di mani e desideri, una lotta tutta consumata tra i colori. ma non è stata una battaglia: solo la rapidità di uno scontro d'amore, di quelli che finiscono presto, assieme alla notte e a ciò che ti possiede. eri nella mia moribonda passione per tutto, nella pelle fremente del cielo. eri tutto, e sapevi cogliermi d'improvviso col volto assente.
postato da fabiochiusi | 02:05 | commenti (1)


venerdì, gennaio 23, 2004
 
sinceramente detesto il muoversi dei corpi senza schermo, il farsi delle emozioni senza spavento, il cuore che mangia se stesso nel passo della danza. io sono consapevole di quanto è sudore e corpo, ma l'arte non viene dallo stomaco. io voglio che venga, se dal corpo deve venire, dai polmoni: perchè come aria dev'essere breve, e come aria deve essere essenziale. stasera splendid's di genet, assordato dalla musica, assiderato dal freddo, intrappolato dentro alle danze. io assente, fragile, come un bicchiere raccolto da terra e subito scagliato lontano: vuoto, senza posizione, senza speranza. e niente ha speranza senza contenuto: io non posso che credere in ciò che mentalmente mi va dritto al cuore. e la stanza d'albergo non mi ha calato nella parte: niente mi ha calato nella parte. nessuna fraternità, nessuna partecipazione. nessuna amicizia tra me e ciò che dicevano gli attori. cosa viene stanotte a portarmi malinconia? forse il vuoto che lasciano i corpi quando, disfatti, erigono un sipario tra me e quanto avrebbe potuto esserci. non c'era vento, tra le persone: solo energia creata per dissiparsi: niente creato per rimanere. un colpo d'anca tra le cosce della notte. qualcosa che è morto, qualcosa che è nato per morire.
postato da fabiochiusi | 22:02 | commenti
 
alla ricerca di june of 44 e blonde redhead, che promettono bene. c'è il sole e non ho voglia di stare sui libri. dall'angolo del terrazzo vedo il mio gatto giocare con una palla di carta. non sembra curarsi del freddo assoluto che s'irradia dal cielo. parte il disco degli slowdive, just for a day, con una mazzata di tastiera e batteria annacquati nello stagno sonoro di un pazzo. il cielo si apre, il freddo smette, il gatto si ferma. venerdì mattina: chiara se ne è appena andata, con il suo cappello di lana, i suo capelli davanti agli occhi scuri e arrabbiati, la sua esile figura piena di bianca dolcezza che grida sulla mia pelle. un cantato al sapore di morte si innesta su una chitarra distorta, scivolosa come su un dirupo dell'anima. non è la lentezza, a colpire, in questo disco: è l'ossessività delle cadenze, lo sperpero di ripetizione. mi mette di umore uggioso, docile, arreso. per le mani ho un libro degli anni sessanta di giorgio seferis, bellissimo, bianco, scivoloso. Il tuo sangue gelava come la luna, a volte. ma non è che un brivido in una intera settimana di orrori e gelo. si scivola sulla cometa di sole impazzita che freme sopra i nostri sguardi, pazzi, pazzi d'amore e desolazione come angeli perduti nel cielo. ancòra quell'ossessivo ripetersi dei suoni, ancòra gli occhi di lei, ancòra e per sempre la tristissima dolcezza dei versi. e l'odore di carne che brucia, e il gatto che mi attende con il viso attento ed i muscoli vivi. e il mattino che si versa nel cuore del gelo, assoluto, assurdo, assente.
postato da fabiochiusi | 13:32 | commenti (1)


giovedì, gennaio 22, 2004
 

I'm dressed up for free drinks and family greetings on your wedding, your wedding, your wedding day così finiamo tutti sulla statale a sbattere la testa contro la vita che scorre e in due ore sono a padova con la franci a sbattere l'autostrada e la noia fuori dagli occhi infine totali avvenenti occhi io che mi rincorro io che allontano la noia lei che siede accanto come ascoltandomi come se davvero le importasse di me e la notte viene e siamo sotto casa di carlo e troviamo luca e marco e tanti altri che hanno il concerto di carlo nelle vene e tutti quanti abbiamo macchine che vanno veloci sotto la noia e non me l'aspettavo di essere a padova che non l'avevo deciso che non ci avevo il tempo e invece quando trovi un compagno di viaggio per ogni viaggio c'è un po' di tempo anche quando non lo programmi anche quando non lo vuoi anche quando sei troppo annoiato per restare dove stai e troppo annoiato per andare dove non stai e insomma lo dico anche a chiara che me ne vado a padova e quando ci arrivo sono lontanissimo e mi fa piacere vedere una struttura di rapporti umani che non si basa sull'interesse ed è bello trovare il calore che non provavo da tempo di una persona che ti stringe con affetto e lo dico a tutti ma lo si legge negli occhi che sono felice e voglio stare con loro per sempre e forse ancora di più ma quando arriviamo al locale è tutto pieno di gente e c'è il tavolo per noi e io parlo con marco che fa sempre bene allo spirito e siamo tutti seduti attorno ai nervi di carlo che stasera deve cantare e glielo vedi in faccia che non fa altro che passeggiare attorno al momento in cui dirà le prime parole e lo vedi nel volto che si arrossa che ha paura ma che non vede l'ora di avere il terrore negli occhi e allora quando attacca si muove un po' a stento perchè è nervoso ma dopo qualche minuto è più facile col microfono e se la prende comoda con noi che gli battiamo le mani qualunque cosa faccia e alla fine ne esce che siamo pieni di sigarette e la franci è senza voce e la musica mi arriva nello stomaco ma non è che mi faccia impazzire perchè io al brit pop non ci parlo più da un cinque sei anni e insomma adesso me la faccio con gli intellettuali della musica e insomma si è robetta 'sta qua mica gli slint mica i my bloody valentine o chissà che solo ragazzi che si divertono a fare gli oasis e insomma ecco mi piacciono anche a me gli oasis ma non è che ci vado in giro uguale o ci porto i fiori al matrimonio insomma a me piace ricordare e loro sono bravi a farmi ricordare e carlo è bravo a farmi ricordare che poi io ho bisogno di lui perchè almeno lui non è morto ancora e mi piace pensare che forse siamo gli unici due esseri viventi sul pianeta e la serata va via veloce fila via sull'autostrada sulla strada che abbiamo perso sulle parole di chiara che non lo so se sono di affetto o sono una nenia che ti entra nella testa e non ti abbandona di quelle che cantano i bambini quando girano intorno a una ruota e insomma c'è la franci che non può parlare e c'è luca che manda le immagini ai posteri e io che me la vivo seduto su di uno sgabello tutto preso dalle chitarre e quando il concerto finisce dobbiamo scappare perchè udine non è dietro l'angolo e io e la franci facciamo il ritorno tutti notturni e avviluppati dentro la morte e l'amore coi nostri discorsi di un tempo i nostri discorsi di sempre le persone che crescono le persone che muiono le persone che tradiscono le persone che non moriranno mai i sentimenti che durano ed infine l'eterna scommessa l'eterna irrisolta promessa d'essere giovani e amare.

 

postato da fabiochiusi | 20:10 | commenti (1)


lunedì, gennaio 19, 2004
 
ho scritto poesie piene di orrore con il cuore grondante respiro, affanno, carezze. l'orrore era dappertutto: nelle parole, negli occhi, nella stanza. ho scritto tenendo il mio male stretto sulle gambe, come se volesse fuggire. ma io non l'ho lasciato andare: meritava una lezione. anche io merito una lezione: e mi sono dato tutto alla fine ed alla cose che significano fine. nella luce irreale del tramonto chiara se n'è andata, le labbra lucide. io ho bevuto latte caldo, viaggiato nel traffico, mosso un mare di memorie. poi la luce se ne è andata anch'essa, non sono rimaste che le tenebre. hanno un'ora preferita, per muovere l'affondo: e vincono sempre, quando poi attaccano. hanno fascino, carisma, una buona intenzione e lo sguardo truce, assassino, di chi sa di non avere niente da perdere. l'orrore era nelle macchine che riempivano le strade di noia. ha fatto tutto schifo da quando le cose hanno smesso di avere segreti. ma la morte viene proprio così: assieme alla consapevolezza dei limiti, assieme alle definizioni, alle recinzioni, agli steccati. ho scritto poesie piene del mio desiderio di scoprire cose che non hanno significato. l'orrore era nelle definizioni, nelle cose definite, nelle parole che significano. la sera è venuta come scorrendomi sotto pelle, come una iniezioni letale, come un morbo. ma ha avuto anche attimi di dolcezza, d'incomprensione: attimi al di là del bene e del male. l'assolutezza era nelle cose prive di orrore, prive di espressione. chiara se ne è andata lasciandomi senza dolcezza, un bacio strisciato sulla fronte, un presto per il mio adagio invertebrato e senza molla. la notte se l'è portata nella sua maschera, il cuore si è nascosto tra i suoi mille visi presaghi d'ardore. e sono finito a ingrigire, a sfuriare tra le immagini, come un fanciullo che si dibatte prima di coricarsi. l'orrore nel mio viso senza follia, nel mio viso senza niente. come una rosa incolore giaccio sul fondo della sera, dipinto dal cielo e dalle cose a me accanto.
postato da fabiochiusi | 19:38 | commenti (2)
 
carlo si è perso un'altra volta. è la quinta stasera. sono le tre di notte di un sabato sera qualunque, dove la dolcezza è rimasta chiusa nei tuoi occhi, chiara. e carlo si è perso. perso nella zona industriale di marcon, venezia, alla ricerca di un locale che non sappiamo dov'è. non lo so quanto ci vogliamo andare, in quel locale. sappiamo che si chiama magic bus e che ci fanno rock. sappiamo che non c'è altro per lenire la sofferenza. sappiamo di essere moderatamente fuori e che non ce ne sbatte un cazzo della notte che se la fila sulla statale. noi abbiamo i canini scoperti, il ringhio feroce della vita, il muso indurito da tutto il freddo che abbiamo preso nel giorno. c'è chiara che mi scrive che sta sotto le coperte a leggersi monster, e me la immagino tutta avvolta del tepore della sua presenza, in una stanza bianca ed ombrosa, mentre sfoglia il suo sonno attraverso un parabrezza. ma carlo si è perso, e ride, e io non capisco se è troppo fuori per guidare o è proprio così che mi porterà a destinazione. alla fine ci arriviamo, in quel posto del cazzo, ed è come raggiungere una meta che non desideravi. entriamo, ci chiediamo dove sia finita tutta la storia della serata, togliamo il maglione e iniziamo a dimenarci al suono dei white stripes. ci sono un sacco di ragazze, attorno a noi, e tutte se la ballano e se la strafogano con le mani ben strette su di una chitarra che non hanno mai imparato nè ad amare nè ad odiare. bevo malibù e cola. carlo un vodka tonic. fa caldo, siamo esterrefatti, strasudati, terribili nella notte alta. io penso che niente mi somiglia, senza lei. ma ugualmente mi dimeno, provo a buttare fuori tutta la morte di una settimana di solitudine e pensieri orrendi sulla fine delle cose belle. mentre attaccano i placebo di special needs penso che forse le cose belle non finiscono mai, che forse anche dei sogni resta qualcosa di azzardato e sano che ti mette la luce negli occhi, al mattino. ma è ora di andarsene: il locale ci è venuto a noia, non abbiamo che il fare criminoso e attento di chi ha bisogno di andarsene. e così ce ne saliamo in macchina, sudati, ansanti per la disperazione colata. ce la filiamo nella notte grigia sulla statale, chiusi da complessi industriali e dal sonno. dopo mezzora di autostrada carlo se ne esce in un "nooo, non ci posso credere" e capisco che ha sbagliato strada di nuovo. io metto gli slint e rido, ma da come reagisce lui capisco che ha soltanto sonno e che domani ha bisogno di esserci, fare. il punto è che siamo a padova est e noi dobbiamo andare a san donà: quaranta chilometri. usciamo dall'autostrada, ridendo, un poco spingendoci contro la nostra tenerezza scialba di notte fonda, e rientriamo subito, ma nel senso opposto. e dopo quaranta minuti siamo nel letto, io che spingo la dolcezza di chiara nel fondo del cuscino e le scrivo you make a sunny day out of me. ho le orecchie che ronzano, il cuore che immagina forte un sacco di colori buttati a casaccio, come una tavolozza improbabile di un povero daltonico che non veda che il suo cuore. poi non vedo che chiara. la notte dormo sepolto da macerie di stenti, preso dai soliti mostri che vengono a farmi visita quando tutto si arrende. siamo pazzi sperduti che non trovano posto nelle fila dell'eternità.
postato da fabiochiusi | 01:34 | commenti (1)


sabato, gennaio 17, 2004
 
i ragazzi se le danno di santa ragione. uno pesta il basso come fosse il peggior nemico. l'altro slitta sulla batteria quasi sfiorandola, eppure colpendola forte, invece, senza nemmeno sembrare toccarla. e le luci verdi e blu e arancioni, dentro tubi grandi, a rompere l'ombra e il chiacchiericcio dei soliti malati di vivere. i due ragazzi, magri, emaciati, arrabbiati, hanno una band che si chiama GI JOE, e sanno come si fa del male alle orecchie. il risultato è che il pubblico si affolla, la folla se la danza, le teste si scuotono. siamo tutti felici e arrabbiati, tra le fila del pubblico, mentre questo osceno pestaggio si consuma sul palco. e ci sono cambi di ritmo che fanno paura, colpi proibiti sul rullante e sul basso trasformato, per l'occasione, in arma da taglio. i due ragazzi sembrano avere dimenticato la ragione da qualche parte, sugli scalini che portano al palco, sul davanzale di casa, tra i pomeriggi senza fine trasformati in palestre dove insegnare ad odiare. ed è bello e forte, il loro odio: utile, funzionale, diretto. utile a capire che ci sono cose che non vanno, e sono molte; diretto perchè i pugni giungono dappertutto, e colpiscono dove fa male. ciò che resta è un'accozzaglia di sangue e rumore che si mescola al ritmo e ai colpi come un uomo che si perdesse dentro a una danza primordiale, giusta. nella notte, ora stracarica di silenzio, le immagini di questi due eroi del rumore al servizio del dolore, che chiudono l'incontro entrambi alla batteria, a dare la grazia a noi morituri.
postato da fabiochiusi | 01:49 | commenti (1)


giovedì, gennaio 15, 2004
 

è stata una giornata fredda, vuota, senza vita. mi sono solo fatto nemico tutto quanto. niente ha avuto inizio, niente ha avuto fine. mi odio per la stupidità delle mie giornate. mi odio senza fine. arriva la sera e niente si è rappreso dentro me. arriva la sera e mi trova vuoto e stanco, vuoto per la stanchezza. e la stanchezza non ha nome, poichè non ho fatto niente, non sono stato da nessuna parte, non ho conosciuto nessuno. ho incontrato una mia vecchia compagna di russo, ma non ho avuto voglia di parlarle. quando l'ho incrociata, fumando una sigaretta nel parco di palazzo antonini, avevo solo voglia che non mi vedesse. era tutto preso e perduto nella mia mente, tutto inutile, tutto senza senso. ho studiato la razionalità in weber, circondato di silenzio. ore con gli auricolari e il volume perdutamente alto. tre volte spiderland degli slint, due volte gli yo la tengo. una playlist da camera ardente, ne converrete. in qualche modo la vita mi ha scavato attorno una fossa di solitudine che odio, e finisce per farmi odiare ciò che faccio e ciò che sono. ho smesso di andare in discoteca e vestirmi bene e gran parte dei miei amici non ha più niente da dirmi, quando li incontro. ho smesso di parlare di stronzate e ridere per niente e un sacco di gente manco mi saluta, quando passo per la strada. avrei dovuto continuare a stuprarmi per sembrare come loro, per piacergli? avrei dovuto continuare a disinteressarmi di ciò che mi piace? avrei dovuto sorridere quando non ne avevo voglia? come è potuto succedere che sono diventati tutti vecchi e vuoti, improvvisamente? il tempo si è portato via gran parte dei sogni che vedevo nella gente. sono tutti vecchi e soli, tutti diffidenti e in mala fede. o, peggio, sono indifferenti a tutto. perchè non sono come loro? la sera si riempie di vento, di freddo. faccio due chiacchiere con il mio batterista, e con lui è diverso, per la prima volta nella giornata sento un barlume di umanità in chi mi circonda. ma deve subito andarsene, il bicchiere è subito vuoto, di nuovo torna la rabbia, sfumata di una rassegnazione brutta, che non voglio più. forse è davvero ora di andarsene, ricominciare da capo. o forse quel momento è venuto un sacco di tempo fa.

postato da fabiochiusi | 19:35 | commenti (4)
 
washer è uno di quei pezzi in cui il tempo passa e nulla è cambiato. quando attacca è come se fosse un anno qualsiasi degli ultimi venti, un giorno qualunque della tua vita. washer quando s'incazza è tutto il dolore del mondo, tutta la passione che si spreca dentro al cuore e va gettata via, tra le televisioni spente e gli amici che se ne vanno e la solitudine che ti stringe alla sedia. washer è uno qualsiasi dei tuoi amici lontani, una qualsiasi delle persone che hanno significato qualcosa nella tua vita: washer è più di una persona, è ciò che essa rappresenta, ciò che di essa è rimasto nella tua memoria. prima e dopo washer il tempo è un altro, un tempo più artificioso, falso. è come se tra le note della canzone si rapprendesse la natura, come se dovesse essere solamente in quei sei minuti lo snodarsi dell'esistenza. e in quei sei minuti washer è tutto. è il desiderio di sentire il pavimento con gli occhi chiusi; è la facciata di un palazzo che non esiste; è l'ombra di una lei scomparsa; è la fragilità dei vent'anni. washer è uno scorcio d'esistenza che profuma di purezza, vastità, notte. tutto ciò che resta nella memoria ha il suo profilo, i suoi tratti di fanciula triste, la sua magica addormentata virtù. washer è tutto quanto ho fatto oggi. e la mia unica compagnia.
postato da fabiochiusi | 13:15 | commenti


mercoledì, gennaio 14, 2004
 
e se invece Caligola fosse proprio un criminale? proviamo a pensarci assieme. un re artista, innamorato della sorella, perde improvvisamente l'amore. un amore totalizzante, intero. che finisce per stremarlo. quando Caligola ricompare, dopo giorni di pazzo vagabondaggio, non ha più umanità. è tutto ragione. ma di quale ragione parliamo? non certo della ragione di un sano di mente. Caligola ha perduto il senno, l'amore è la causa (e non il pretesto) della sua nuova, lucida (ir)razionalità. da questo momento, Caligola-uomo e Caligola-sovrano divengono la stessa persona. Caligola, pazzo per l'amore perduto, perde di vista il binomio inscindibile potere-responsabilità, e dimentica il fatto che un sovrano, prima che un uomo di carne e passioni, è un matematico che deve calcolare il benessere dei propri sudditi. a questo punto Caligola diviene un criminale, perchè applica e impone la sua visione del mondo a tutti i suoi sudditi. il che significa che finisce per applicare la sua volontà e imporla a suo piacimento. perchè questo? perchè Caligola, infondo, aveva creduto nella non caducità del suo sentimento per la sorella. è il realizzare tale caducità (imposta dalla morte) a condurlo alla follia. e non mi si dica che gli omicidi, le crudeltà, gli stupri perpetrati dal novello Caligola-criminale non siano atti di un folle. un folle tuttavia lucido nella sua logica arazionale, che porta alla distruzione. questo non fa di Caligola un eroe esistenzialista, non fa di lui un profeta che porterà all'avvento di un nuovo umanesimo: fa certo di lui un puro, ma un puro non giustificato, un puro senza ragioni, un puro nella follia. e, come ogni pazzo, Caligola diviene un malato, una persona bisognosa di cure, cui il potere dovrebbe essere sotratto, invece di glorificarne le storture e gli abusi. un uomo nella sua posizione ha delle responsabilità verso una società, malata di ipocrisia finchè si vuole. e quale sarebbe poi la libertà di un condannato a morte? tale è libertà solamente nella misura in cui è lo stesso soggetto-morituro a volersi condannare a morte, perchè ritiene la sua esistenza inutile. ma per gli altri, dotati di propri assetti valoriali ed esistenziali, di proprie motivazioni esistenziali, non è nè più nè meno un sopruso, un altro, intollerabile crimine perpetrato nella proprie sfere private. questo in una visione letteraria-romantica del testo, che tende ad esaltarne la bellezza in quanto testo, prima che in quanto testo dal sostrato filosofico esistenzial-nihilista. un testo che, dunque, in questa visione, finisce per perdere gli appesantimenti di una visione dottrinale cui non è, a mio avviso, costretto.
postato da fabiochiusi | 15:59 | commenti
 
ogni singolo luogo ha memoria. la notte ha memoria. il mio volto è memoria. io sono sempre affollato dai ricordi. in questo non sono mai solo: il passato non la smette mai di tornare da me. sei tu che m'insegni a morire, ogni giorno, a farmi la guerra senza fine. poi vengono i ricordi a bruciare i cadaveri, riesumarli, farli tornare in vita, bruciarli di nuovo. cosa resta alla fine del tempo? altro tempo, altra memoria, il circuito che si ripete, la notte che si alza e poi torna tra le tue braccia. e poi nuovamente, la notte, il giorno, la guerra, la memoria, tutto l'aprirsi delle cose al significato è memoria. con tutte le storie che posso costruire col mio passato posso riempire la mia vita per tutto il tempo che le resta. ma i ricordi sono aria, il tempo è aria: tutto scompare tra le mani. ancora la caducità di tutto. io che ti dico che senza una speranza di eternità niente ha senso. tu che dubiti di te stessa. le cose stese sul pavimento a fare l'eternità nella mia camera, il vuoto che si crea tra le cose quando si muovono. e il problema di essere, forte sui nostri visi, e la memoria, e i nostri visi che sono memoria. e lo stesso dolore, fortissimo, quando ti ritrai, quando non credi in nulla, quando non sono abbastanza a farti sperare. la notte vengo alla memoria come una canzone al ritornello, come cercando una qualche sistemazione nelle orecchie di chi dorme. ma non è mai abbastanza, la melodia pare fuggire assieme all'amore e alla poesia e a tutto quanto nel cumulo delle foglie cadute. come i ricordi si accorpano, io sono l'aria che cambia le stagioni, io il vento che le dissemina tra le strade. tu che mi vedi senza ascoltarmi, le mani che si cercano come dovendo raffreddare, come se fossero corpi che perdono calore o contatto. non voglio che smetta. non voglio che diventi memoria, anche tu, anche tu memoria, foglio nel vento, colpo che centra un bersaglio. io voglio che tu sia per sempre, io voglio che tu sia definitiva come una morte. io voglio che tu sia l'ultima cosa che vedo quando scompaio.
postato da fabiochiusi | 01:38 | commenti


martedì, gennaio 13, 2004
 

magnificamente rinchiusi dentro a una stanza di strumenti. con l'emozione di una prima volta, attaccato alla mia chitarra come fosse un salvagente, preso dall'impeto di fare bene, buttare giù le note giuste, quelle che mi mangio dentro da mesi oramai. chissà cosa ne esce, penso mentre mi dilungo sulla chitarra, chissà se è davvero ciò che voglio. dopo quattro ore di divagazioni ed entusiasmi posso dire di avercela fatta, che anzi ce l'abbiamo fatta: qualcosa di nostro è rimasto rappreso. il bello è provarci, senza lasciarsi vivere, senza morire di noia o nostalgia. la vera vittoria è combattere, più che sconfiggere.

oggi di corsa tutto il giorno. marinata la terza ora di lezione per un pranzo con chiara, pieno di risate e cipolla ed abbracci verissimi, di quelli che fanno sorridere chi ti osserva. assistito a una riunione al messaggero veneto per liceali aspiranti scrittori, io in mezzo ai ragazzini come un padre bastardo con la lingua affilata. aspettato che chiara se ne andasse con lei in macchina a parlare di sesso. andato in biblioteca, cercato libri per la tesi, distrutto di sonno e chiacchiere. corso lontano mentre chiara mi cercava. andato da pier. fatto la mia parte nel gioco degli equilibri. e solo allora, mio amore, ti ho tenuta tra le mani.

postato da fabiochiusi | 00:36 | commenti (2)


lunedì, gennaio 12, 2004
 
provo a guardare senza ipocrisia negli occhi della notte: sono circondato di solitudine. quando ti scavi un muro di solitudine intorno c'è qualcosa che non funziona, in te o nelle persone che ti circondano. ed io sono affossato nella mia guerra privata alle cose, alle dieci e un quarto di una domenica sera senza storia. alle dieci e venti nessuno risponde alle mie chiamate, la rubrica giace come morta tra le braccia della stanza vuota. posso scegliere tra una notte piena di rimpianto e memorie che bruciano come aghi roventi nel petto, e una inconsapevole avventura. posso guardare negli occhi la tragicità della mia vita oppure scegliere di andare, senza che abbia importanza dove. sono stufo della morte che mi circonda, stufo della gente che si trascina passeggiando tra le cose del mondo, quando io desidero correre, sentire il vento che mi muore sulla pelle. decido di averne abbastanza quando, alle dieci e venticinque, salgo sulla mia macchina nera e affronto la notte guardandola dritta in viso. non sono sicuro di ciò che sto facendo, sono solo e ancòra un poco triste per la gelosia e gli anni che sono passati, e hanno lasciato macerie di dolore sopra di me. ma è quello il momento di andare, lasciare le cose come stanno. provare a dimenticare, agire, cogliere il balzo della notte che si stende nel suo letto di silenzio. posso guardare il cielo nero e i colori delle cose che riflettono sull'asfalto umido, se mi sporgo dal posto guida. posso accarezzare la mia tristezza come un gatto accucciato in un letto. posso fare ciò che desidero, se mi muovo. appena sono fuori di casa mi sento meglio, più leggero, più vero. tutti i pensieri sono più falsi quando si ha la notte negli occhi. e poi c'è il freddo, ci sono gli ostacoli, c'è il traffico a tenerti in vita. arrivo al pabitele pieno di niente, desideroso solo di chiudermi nel mio manto di estraneità. ma trovo la luce soffusa, la musica desolata, una rivista piena di notizie interessanti. scambio messaggi con chiara sui colpi di pistola che alcune cose possono darmi, senza che alcun grilletto sia premuto. bevo pernod, solo, nella luce obliqua di un tavolo verde. incontro della gente che ha i miei stessi interessi, finisco a bere a un tavolo di sconosciuti. io e pier progettiamo di fare della musica assieme. il mio sguardo cade sulle cose pieno di curiosità, come se fossi felice. mangio un toast sentendolo bruciare nello stomaco. nel locale si diffondono le note di "and then nothing turned itself inside out" degli yo la tengo. tutta la notte si carica di meraviglia. la tristezza se ne va dentro al montenegro. io sono il cuore pulsante di tutte le cose che mi circondano. poi la mia macchina nera, la mia gatta nera, il mio cielo nero: tutto si prende il suo posto nel mio cuore. poi è tutto vano, tutto stupidamente falso. torna ad esistere solo la notte, immota, immutabile. ed io sono aria che danza tra le sue braccia.
postato da fabiochiusi | 01:48 | commenti (4)


domenica, gennaio 11, 2004
 
ricordo piacevole di una estate. i notwist, day7. luglio, l'afa e il dolore incrostati alla pelle. io e goro macchiati d'umidità ed erba sulle colline d'urbino. la fortezza di albornoz, urbino distesa sul salto del nulla. i giardini di mirò, raina che prende i vestiti da scena in una uno grigia. yukka che traballa tra uno stand e l'altro. i notwist, come cala la notte, impazziti tra le chitarre e la malinconia. io e goro con una magia addosso che affascina, la gente che ci assomiglia tutta, i perdenti, le magliette stropicciate, i cuori arsi, le gole fragili, gli occhi invasi d'altrove. ed il nostro appartamento di tre giorni, tutta l'aria che ci entrava dentro. le finestre grandissime sui vicoli stretti, le voci che a notte riempivano di vita quel caldo insopportabile. il chiasso delle bottiglie in frantumi, la gente che si raduna sul vaso della notte e se ne erge come morendone. urbino contagiata dalla malattia dell'estate, il tepore sui muri, la cottura delle cose sugli asfalti di mille anni. foto di me e goro che fumiamo distrattamente, io con il pensiero in giappone, dove chiara passa due mesi lunghissimi e tremendi. foto dei nostri amici salernitani, vivi, veri, sangue nella stanza, sangue nelle strade. ed ancòra, il tramonto che si arancia e sperde lontano, fino al mare che si scioglie di tenerezza migliaia di occhi più in là. la vista che si riempie ed il cuore che si svuota, la musica tutto il giorno altissima tra le bellezze del creato. un ricordo di questa estate passata, portata dai notwist di shrink. portata da tutto un mattino di serene malinconie nel gennaio terso.
postato da fabiochiusi | 13:11 | commenti (2)
 
tutta la prima notte a parlare con chiara, rannuvolati tra le lenzuola a guardarci negli occhi carichi di aspettative. tutta la notte avidi di verità e paura, a farci domande cui non possiamo rispondere ma che sono aria tra i nostri corpi. io che contesto la verità di Camus, combatto la parola che non si tramuta in azione e coerenza. io che smonto i pezzi di quell'esistenzialismo nero, sento le labbra tremare dalla rabbia e dalla passione, il viso e le mani tutte tese a spingere le idee fuori dal cuore. il mio gatto nero si addormenta, mentre parliamo; noi angosciati e lividi per la paura, Caligola feroce e muto nei nostri occhi. è come prendersi per il bavero e spingersi. noi da una parte e il mondo dall'altra. noi armati d'ideali. il mondo come una ruota su cui sono innestate persone che girano su se stesse: e tutto gira senza andare da nessuna parte. noi e la notte e tutte le nostre idee stese nel letto, contestate e sole, concluse e infelici: noi che le cerchiamo, come si fossero nascoste tra i libri, sulle mensole, nello spazio tra noi. parliamo molto di felicità. proviamo a comprenderla. chiara mi chiede: "conosci nessuno che sia veramente felice?" e io mi trovo disarmato e nudo a guardare negli occhi, in rapida rassegna, tutte le persone che conosco e dire "beh, qualcuno sembra felice, sorridente eccetera" ma a pensarci bene non è che ci sia nessuno di veramente felice. ci facciamo molte domande. molte sono domande da atei che cercano un dio o una condanna, ma fa lo stesso, nessuno ha bisogno di redenzione quando la notte si chiede che che sta a farci, nel mondo. io e chiara dementi e curiosi nella notte alta, il gatto acciambellato sul maglione, ai piedi del letto. c'è tutto il silenzio di un'idea morta, tutta la quiete di un dibattito avvenuto. quando la curiosità svanisce non ci resta che il ghiaccio sulle strade, l'amore forte nelle braccia, la luna spettrale che manda i chiarori sulla campagna lontana.
postato da fabiochiusi | 03:16 | commenti


sabato, gennaio 10, 2004
 
ieri io e l'ema che se la filano sulla statale, i pixies sullo stereo. ieri e io e l'ema in avventurosa ricerca d'aria. noi che siamo purezza, noi che abbiamo la maledizione. cervignano, teatro pasolini. ore 21.00. ci sediamo e parte cesare basile, chitarra dorata e voce affogata nel vino, morta nel darsi a tom waits. la dannazione passa anche per le sue labbra, ma non per le mani. canta con passione e vigore, ci parla sopra parole che non capisco in un tono che disprezzo. quasi m'addormento. l'ema se la racconta con la barbetta tra le mani, ad ogni pausa uno sbadiglio e un commento. poi cristina donà. l'altrove nei suoi abiti, nella sua voce, lunare, altissima, devota. ad ogni canzone intermezza un clan sussurrato di respiri e gemiti che sfuggono alla notte. crea un colabrodo di magie e alterità che assomigliano a noi, bisbetici e lunari nella notte fredda. abbiamo gli occhi per guardarla, metri che ci separano per immaginarne il viso, le espressioni più intime che la voce sua riesce ad urlare. siamo tutti nella sua intimità. siamo tutta la sua intimità. poi è andata, l'aria se ne passa per la notte e finisce: siamo nuovamente soli nell'immobilità della notte. ed ecco allora e io e l'emanuella storditi dalla bellezza dei sussurri andarcene per la via senza sapere dove, i cake nello stereo che ci fanno danzare. mezzanotte: all'ingresso del pabitele paghiamo dieci euro per la tessera annuale. uno schermo gigante manda immagini senza senso tra il fumo e il nonsenso della gente. non bevo niente, non ho nemmeno voglia di parlare. al nostro tavolo tutto si assomiglia, e tutto assomiglia alle sere prima. me ne vado con l'ema a finire la notte. poi ancora non ho sonno. alle due scrivo lettere d'amore a chiara che se la dorme. poi me la dormo anch'io.
postato da fabiochiusi | 13:13 | commenti (1)


venerdì, gennaio 09, 2004
 

catalogo delle cose meravigliose delle ultime due settimane: una vita violenta, pier paolo pasolini; poesie, e.e. cummings; we have the facts and we are voting yes, death cab for cutie; la sera del due gennaio, chiara che prende sonno mentre la pace si diffonde; poesia dal silenzio, thomas transtromer; il mio blog; doolitle, pixies; il compleanno di davide; i versi che ho scritto ieri sera e ad essa si fondono. e ah, washer degli slint.

postato da fabiochiusi | 20:01 | commenti (1)
 
la casa si è riempita d'amore. il giorno si è riempito d'amore. tutto il senso ha trovato una direzione incanalandosi nei tuoi occhi come una quiete di cristallo che se ne stia magicamente appesa alle strade. ho trovato tra le tue braccia la consolazione che avevo dimenticato stamane nel letto. ho lenzuola calde per tenerti stretta, un mondo grande quanto un libro disperato, la casa piena di voci e un giornale d'esperienze che ti riguardano. la notte cadrà sulle distanze come un velo inferoce, come una belva sedata, come un compagno di malinconie. ho passato due ore a toccarmi la barba, pensare alla vita, giacere disteso sul nuovo anno. con la belva assopita nel fianco, con l'ardore consunto ed uso sulle scarpe bagnate. forse c'è abbastanza dolcezza per entrambi.
postato da fabiochiusi | 19:57 | commenti (2)
 
Caligola è un eroe. non un criminale: un eroe. un eroe che alza il velo dell'ipocrisia e lascia il marcio del mondo all'aria aperta. un eroe che incalza e riempie di parole il vuoto interminabile dell'esistenza. ma non di vuota retorica: di parole che pesano come macigni, che stanano la morte dagli angoli, che conducono a decisioni inevitabili. l'unica libertà è quella del condannato a morte, non esistono libertà e giustizia assolute. avevo pensato al Caligola come al dramma dell'amore perduto, della logica fredda e terribile della vendetta. ma così non è. sempre di un disegno razionale, si tratta, ma non di una vendetta. avevo pensato a Caligola come a un superuomo, la cui volontà di potenza avrebbe imposto un senso al mondo. ma questo è troppo oltre. non c'è abbastanza volontà in Caligola: egli intende distruggere, non costruire, nemmeno se a costruire fosse la sua volontà. e così Caligola è doppiamente eroe: eroe che libera il mondo dalla falsità, eroe che si pone nella condizione di venire ucciso, condannato. Caligola come personaggio enigmatico, come testo pregno di poesia, prima che di accorata, angosciante filosofia apocalittica. durante la relazione di oggi ho dibattuto sul fatto che da nessuna parte, nel testo, traspare la consapevolezza di Caligola della caducità dell'amore prima che Drusilla muoia, forse sbagliandomi. ho argomentato il fatto che Camus prima che un buon filosofo fosse un uomo, e un grande letterato, e che dunque abbia attinto la sua filosofia a piene mani dalla sua disperata esistenza. mi sono detto e stradetto, furibondo nel cuore, che è una tortura prendere un testo di una tale nitida bellezza e plagiarlo alla consapevolezza, alla durezza della filosofia, alla luce sprezzante dell'analisi logica. ma non ha finito per sminuirne la bellezza. anzi, la sua problematicità, la sua enigmaticità ha finito per mettere in luce la sua vera natura di trattato sull'assurdo, sull'inutilità della vita. trovo comunque fanciullesco e iracondo l'atteggiamento esistenzialista di Camus: odio pensare a questa cricca di intellettuali, pieni di noia verso la vita e schifo verso il mondo, che se ne stanno chiusi in casa a scribacchiare quanto tutto quanto sia merda, senza cercare di cambiare il tutto in qualcosa di vivibile. questo è il punto che non mi hanno obiettato: che l'esistenzialismo raccoglie una tematica a noi tutti cara, ma, in definitiva, inconcludente, non costruttiva. è una filosofia per uomini infelici, fatta da uomini infelici, che altro non vedono che la propria infelicità. in modo lucido, è vero, e forse per questo morendone. per quanto Caligola sia un capolavoro, a prescindere da ogni parola costruita attorno alla sua bellezza. mi ha affascinato più di tutto il fatto che un uomo che commetta omicidi e torture di ogni tipo possa essere considerato un eroe e non un criminale, e in un contesto per il quale diventa naturale e giusto attribuire all'assassino il titolo di eroe e non di assassino. ma questa forza, che ha il testo, non è in nessuna delle interpretazioni che ne vengono date, che non ne restituiscono la bellezza e, soprattutto, la lucidità, la semplicità.
postato da fabiochiusi | 17:05 | commenti


giovedì, gennaio 08, 2004
 
come accompagnare il cinismo sulla strada della verità. leggendo caligola di camus ci sono almeno tre parole che ricorrono ossessivamente: logica, libertà, dolore. la storia di un imperatore che perde l'amore come pretesto per affermare la supremazia del proprio ego e della sua smisurata volontà sulla ragione civile. uno sguardo lucido e senza ipocrisia sull'amore ma anche sul potere, sull'uomo in quanto essere amante e in quanto essere sociale. è uno di quei testi in cui le parole si incastrano come guidate da uno spirito infallibile, parole dotate di una precisione che accelera il respiro: mette l'angoscia fermarsi a riflettere su ciò che davvero significano. un elogio e un'ecatombe d'amore. un amore che prima sorregge la ragione e poi la trasforma in una pura legge matematica (che scaturisce da un pretesto, tra l'altro, casuale: il fatto che l'intendente nomini il Tesoro prima della vita) le cui conseguenze sono la gelida applicazione e lo sterminio. Caligola di Camus diviene così una specie di antefatto ideale al Grande Quaderno della Kristof, in cui i ragazzini si esercitano al dolore autoinfliggendosi punizioni atroci, per superare l'affetto, vincerlo, divenire immobili nel cuore per sopravvivere. anche Caligola finisce per raggelare, annientare tutto attorno a sè, annientare se stesso. ma nelle sue parole è raro e difficile intravedere la follia, anche quando ordina di uccidere senza senso i suoi sudditi, anche quando impone ad un senatore di inghiottire veleno poichè sospettato di essere un ribelle (nella migliore delle ipotesi). una densità di contenuto che si amalgama a una poesia eccellente, fatta di contenuto prima che di forma. una densità che ricorda l'incedere veloce, forsennato di una danza contemporanea, lo scatenarsi dei corpi nel movimento alterato dell'ecstasy e del tormento da dipendenza. soprattutto, un capolavoro di sinteticità e anti-ipocrisia. stupisce che un tale capolavoro sia ancora accessibili, in giorni come questi, in cui esternazioni di libertà ben più velate vengono soffocate con risibili pretesti. ma è da qui che si continua a lottare, da testi senza tempo come questi, dove i più non vedono che la morte di un imperatore ma che in realtà celano tutta la disperazione dell'uomo moderno, che si vede negato l'amore e la possibilità di assecondare la sua imperitura, bruciante volontà di potenza.
postato da fabiochiusi | 15:19 | commenti (1)


mercoledì, gennaio 07, 2004
 
esco alle sei e quaranta di sera quando non ho più niente da chiedere al pomeriggio. sono stanco, un po' triste perchè chiara se ne è andata e non ho altro da fare. quando davide mi squilla sul telefono sono tutto intento a costruire una melodia sbilenca sulla chitarra classica mentre il mio gatto se la dorme sul sofà. è una buona melodia ma rompe l'anima, tutta rotta e ghiacciata com'è, con il pianto dentro. allora non vedo l'ora di tuffarmi nella notte e lasciarmi andare, e quando salgo sulla macchina di davide è l'ora buona per avere i rimpianti e credere che niente abbia voce. invece me ne vado e tutto prende una piega fanciulla e vera e buona, io e davide nella sera che si fa gelida e nostra. quando raggiungiamo il gozzo e giulia sono tutti intenti nel loro aperitivo interrotto, tutti presi nel loro bevi e fuma che scortica le vene. ce ne andiamo da dove stanno, cerchiamo un posto più nostro, più consono alle nostre unghie affilate, ai nostri denti aguzzi. andiamo al tagliato con il pane fra i denti, morso e stritolato tra le gengive che mandano sangue e urla che la notte ci fa una carezza. beviamo un rosso e non lo sappiamo che è un meccanismo infinito quello che abbiamo creato. saluto il mio amico daniele che se ne sta tutto rappreso dentro a una compagnia che gli toglie il fiato. presto ce ne andiamo da un'altra parte. saliamo in macchina e io e davide ce la ridiamo forte per quella volta che giulia e il gozzo se ne sono andati al diana a vedere lollipop e le sue amiche e se ne sono usciti cinque minuti dopo distrutti dallo schifo. ridiamo forte, ma i botti a godia non li fanno, e dobbiamo cambiare destinazione. finiamo in un club dietro casa mia a bere schifezze. io ordino un americano gelido che mi ricorda il tempo in cui avevo voglia di bere. ci guardiamo negli occhi pieni di smania, che la sera è appena iniziata e non la vogliamo lasciare andare. davide domani se ne torna in portogallo e inconsciamente abbiamo deciso che sarà un lungo addìo. beviamo. poi giulia ordina un porcaputtana e io me ne sto lì, imbecille, a guardare la tipa dietro al bancone che mescia la sambuca e la vodka e il tabasco e ci serve questo sputo trasparente che brucia le budella. ce ne beviamo tre a testa e il rumore incomincia a parlare forte nelle orecchie. fumiamo molte sigarette. io ne fumo almeno tre in dieci minuti, quando nelle ultime due settimane ne avevo fatte due che erano tante. siamo felici e ridiamo delle nostre cazzate, dei nostri difetti, degli amici stronzi e di quelli che non ci capiscono. andiamo a mangiare una pasta infinita da ciccio, lì di fronte, e quando il piatto è a metà capiamo che non lo finiremo mai, nemmeno quando il sole sarà morto e fradicio sotto le braccia del tempo. sono ubriaco, ma lo siamo tutti, e non fa nessuna differenza per la sera che se la scorre sulla pelle. giulia mi continua a dare da bere, e intanto arrivano matteo e l'emanuella, che di bere non c'hanno anima e se ne stanno lì al bancone ad aspettarci. io me la rido con la pancia che scoppia e il cellulare che manda i messaggi di chiara, che c'ho l'amore che brucia dentro e non c'è abbastanza vino in tutto il cazzo di mondo per farmelo dimenticare. finisce che non riusciamo più a muoverci dalla sbronza e dalla pasta, e quando tocchiamo il freddo della sera è una benedizione e una mano che si posa, leggera, sul capo unto di pazzia. io e l'emanuella e il fede ce la scendiamo a casa mia a finire la sera con il mio gatto yucca e la play due, mentre che io mi bevo i litri di acqua e smaltisco la cicoria. poi se ne vanno anche loro, e io sono abbastanza sobrio da salutare i miei che se ne sono tornati dalla montagna. mando messaggi d'affetto goliardico al mio manifesto del tempo che passa e non passa mai. poi sono qui a raccontarvelo. e questa notte ancora non finisce dentro al mio cuore vasto.
postato da fabiochiusi | 00:48 | commenti (1)


martedì, gennaio 06, 2004
 
ogni mattina mi sveglio dicendomi: oggi devo fare qualcosa di buono. prendere possesso delle mie cose, stare sotto al sole, inventare un qualche cortocircuito che faccia saltare la noia e la banalità di un martedì mattina. ogni mattina ho nelle mani la tensione elettrica ed il fuoco della creazione. penso a quante cose potrei fare. ma anche oggi la rubrica del giorno è vuota, per ogni buona causa c'è un qualche cattivo effetto. dove sono andate tutte le luci? spesso mi addormento pieno di intenzioni, mi dico che domattina ci sarà qualcosa da fare che possa davvero fare breccia nella mia vita. poi chiudo gli occhi e scompaio, ciò che rimane al mattino è niente altro che i miei occhi aperti, vuoti, nudi e senza idee. è la fretta o la smania a bruciare? monsieur ibrahim ieri sera ha detto che il segreto per la felicità è la lentezza: e se avesse ragione? il mondo è ciò che riesci a creare attorno a te, questo me lo dico spesso. e mi segno le maledizioni perchè spesso è una landa desolata, a circondarmi. dove sono andate le luci? dove è andata a morire tutta la fantasia? se ne è andata a nascondersi tra tutte le convenzioni di forma, tutte le regole ed i rigori che inquadrano il pensiero come fosse etichetta e non onda, luce che vaga senza dare che sostanza. anche stamane niente si avvera, ed il sogno di una dolcezza che morda il petto resta lontano, accanto a una serie di morti ammazzati d'amore, fondi quanto fonda è la notte che abbiamo passato, speranza.
postato da fabiochiusi | 11:35 | commenti
 
i libri ti conducono su un'isola deserta. ma l'isola deserta si popola presto di fantasmi. meravigliosamente, ciò che è falso comincia a prendere forma. penso a una vita violenta di pasolini, che sto leggendo in queste notti. tommasino, quello di pietralata, il ragazzaccio della borgata che prende a pugni la vita, col moccio al naso, le pezze ai piedi, la lingua biforcuta, il cuore sozzo: beh, lui più volte mi ha sorriso tutto stronzo e sguincio come è nelle pagine di pasolini, appena fuori dalla finestra. è fuggire o prendersi il proprio spazio per non fuggire? è rifiutarsi di vivere o vivere davvero? lui se la vive, tra una mignotta e una zingarata, tra un benzinaro rubato e un calcio nel viso. non ricordo chi ha detto che molti libri sono falsi perchè troppo pieni di eventi. beh, questo fa meravigliosamente eccezione. questo libro è pieno di vita. una vita fatta di merda e pezze al culo, ma anche di una poesia dolcissima, elementare, che parla di sopravvivenza e di occhi azzurri sporchi di fango. l'isola deserta si riempie di vita. l'isola deserta si riempie di familiarità, intimità, connessioni. quanti di noi hanno nitida nella memoria una persona che non esiste? ciascuno di noi ha nella mente un'amicizia con un protagonista di un qualche libro. siamo stati tutti holden, tutti il rosso pin che se ne scappa tra i campi durante la resistenza, tutti l'arguto palomar che osserva le onde e riesce a trovarvi, nel solo movimento, un istinto poetico. anche un blog è un'isola deserta. un rifugio per scompaginati, affollati di fantasmi: un albergo le cui stanze sono tutte occupate da morti o, peggio ancora, da mai nati. ma non c'è niente di male. la notte è così triste quando le lenzuola sono fredde ed il letto vuoto e non c'è nessuno che ti ricordi quanto è bello stare al mondo. e così tommasino se ne sta lì, tutto incancrenito e con le pezze ar culo, a farmi gli sbuffi sulla nuca e tirarmi le sberle sul naso, che fanno un male cane. ma io gli voglio bene, e non lo mando via. perchè lui, questa notte, sarà il mio sonno, il mio cielo stellato.
postato da fabiochiusi | 00:57 | commenti
 

immaginaria colonna sonora di una notte come questa, d'inverno, nuda di freddo e silenzio:

giardini di mirò/pet life saver: un cristallo di emozioni pure i cui unici riflessi sono sangue. la pienezza della notte divenuta una ragione di tutto. il grido accorato di chi cerca di possedere ma non trova che un braccio di vento e nuvole nere che sciamano lontano. l'icona di chi ha provato a chiudere gli occhi ma ancòra ha veduto se stesso.

red house painters/karen song: nove minuti che si rincorrono senza fretta ma tuttavia in un crescendo di delicatezze e mani che si sfiorano, piatti che cadono, tovaglie che si portano al suolo, persone che si spingono, luci che si smorzano. c'è tutta un'era di passione finita, dentro a quelle note: e c'è tutta la quiete che porta la consapevolezza che pure torneranno a pungere, gli amori.

sonic youth/disconnection notice: qui siamo alla separazione, all'accaduto, all'irreparabile. una canzone che degrada e discende dall'inquieto all'obliquo per finire in uno stagno di rumore dove trovare riparo alla forza degli eventi. un incedere magico, ossessivo, che si vorrebbe non finisse mai; due accordi che si trovano come amanti: a memoria, senza bisogno di osservarsi, senza che ci sia davvero qualcosa da dirsi. ed una carica inesplosa, quella della rabbia di non avere avuto la forza d'impedire ciò che ha ferito.

postato da fabiochiusi | 00:28 | commenti (1)
 

ho appena cacciato il gatto nero. aveva sonno ma non ne voleva sapere di stare tra le mie braccia. aveva freddo, ma ugualmente non ne voleva sapere di stare assieme a me. ha occhi verdi, lucidi, pieni di rabbia, il mio gatto nero. è un gatto nero: ha freddo, ha rabbia, ha occhi verdi.

stanotte cercavo la compagnia del mio gatto. altrimenti questa casa è troppo vuota. fuori c'è un freddo che ti mangia le ossa. ma anche la solitudine ti mangia le ossa. a volte cerchi la compagnia delle cose, quando senti il morso che ti rosicchia le vene. a volte è proprio di un amico ignoto, potenzialmente infinito, che hai bisogno, per andare a letto sereno. forse è anche per questo che esistono i blog.

ho letto poesie di cummings con il mio gatto nero rannuvolato sul letto, prima che se ne andasse. i versi sono spariti nella potenza della notte come acqua che sgocciola da un tetto. erano versi frammentari e strazianti sulla bellezza e l'insensatezza dell'amore, ma non ne ricordo nemmeno uno. non ricordo mai nulla che abbia importanza. ho visto monsieur ibrahim e i fiori del corano con chiara ammalata tra le mie braccia, sotto a una coperta di leopardo che scalda e lentamente conduce al sonno. il film aveva una dolcezza pregevole e particolare, che ben si addiceva col silenzio di quella casa tiepida. ho guardato il profilo di chiara nella luce fioca della televisione. mi sono spolverato i sensi con la sua bellezza. poi l'ho veduta addormentarsi tra le mie braccia, il respiro chiuso dal freddo dei giorni passati. tutta la notte è piena della sua dolcezza.

postato da fabiochiusi | 00:12 | commenti (2)