aria delle notti senza vento


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un dolce, lievissimo pugno nello stomaco prima di chiudere gli occhi e cadere.

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mercoledì, marzo 31, 2004
 
quando ti manca ciò che desideri niente ha senso. a me, poi, viene uno strano dolore al ventre. le cose prendono una fretta spuria; io mi sento sbilenco e arranco dappertutto; vedo l'odio dentro alle persone. non so come potrei mai fare senza lei. lei è l'equilibrio e la gioia, la calma e la follia, l'orrido e il santo, lo spazio e la terra.
ora lei manca perchè è lontana e da un po' non ne ho notizie. immagino cose e persone e ciò che le accade e niente del mio presente reale vale quanto una immagine supposta della sua vita fittizia. arranco e tocco il cuore con le mani sporche di sangue; devìo il corso dei miei pensieri ma poi essi tornano da lei, come api all'alveare, come la morte sugli occhi di noi. poi torna la gioia, l'assenso: lo spavento è lontano, lo spavento è vicino.
anche tremare è parte del senso. anche impazzire per il silenzio che fanno le cose. anche perdercisi dentro.
anche soffocare è amarti con tutto me stesso.


postato da fabiochiusi | 21:06 | commenti
 
vorrei adagiarmi con te in un luogo che ha visto milioni di notti. saremmo imperituri e selvaggi come una lingua di fuoco.
postato da fabiochiusi | 01:03 | commenti


martedì, marzo 30, 2004
 
odio cordiale è un concetto che non mi va a genio. le seguenti persone sono teste di cazzo:
......................................................................
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
(segue schermata con sfilata iperveloce di nomi, tipo simpson)








postato da fabiochiusi | 21:28 | commenti (1)
 
chiara in grecia. io al sole, circondato di versi. siamo pieni di una distanza soffice, inconclusa. una distanza piena di spostamenti. e saltano tutti gli appuntamenti, tutti gli orari, tutte le consuetudini di cui eravamo capaci. cui eravamo forse affezionati. ascolto moltissimo la ragione. rifletto. se c'è una cosa che mi hanno insegnato gli anni è proprio tendere le orecchie, stare sull'attenti.
ho una vita frettolosa, libera, bella nel sole e nella notte. sorrido spesso, mi lascio andare al piacere delle cose buone, cercando di dimenticare quelle cattive. è vero, ci sono momenti in cui torna a mordere il collo l'ansia di tutto. ma sono più brevi, più lievi: e quando vengono li copro di parole, ci scavo attorno un vuoto incolmabile.
a volte incontrarti è come essere nato di nuovo.

postato da fabiochiusi | 13:53 | commenti


domenica, marzo 28, 2004
 

 

Una mail

E' così che combatto le mie battaglie.
Scrivendo di te.
E' così che riesco a sentire
il tuo corpo. Così che posso
stringere i tuoi occhi nei miei.
Leggendoti dappertutto.
Facendo di te
materia del tutto, elemento
infinito di una composizione infinita.
Quando leggerai queste righe
ci saranno solo i corpi sul suolo,
non resterà che sciocca memoria
di una furiosa battaglia.
Ma questo è la storia, la vera storia
di noi tutti: un diario
continuamente interrotto
di guerre interiori. Ed io
che ti amo
le contengo tutte in me
come un imperatore, come un dio
che si cura del mondo
dalle sue mani creato.






















postato da fabiochiusi | 18:53 | commenti
 
la sezione di ringraziamenti di "L'opera struggente di un formidabile genio", di Dave Eggers, Mondadori, ha tornato a farmi sorridere come non succedeva da tempo. evviva l'arguzia, le distanza, il sole a picco su tutto quanto ed evviva le parole che hanno dentro tutte le emozioni del mondo.
postato da fabiochiusi | 14:01 | commenti (1)


venerdì, marzo 26, 2004
 

I viaggiatori, II

Ci siamo trovati che era mattino e non sapevamo come. Dovevamo forse avere dormito qualche ora all'aperto. Ma lui era ubriaco di stelle e di vento notturno: io da un paio di giorni non lo sapevo più, che ora era.
Lui non ha detto niente, quando ha aperto gli occhi. Io l'ho visto che apriva gli occhi, con naturalezza guardava davanti a sè, come se fosse la sua stanza, quel panorama sconosciuto. L'ho visto accendersi una sigaretta e appoggiare i gomiti sulle ginocchia, la testa penzoloni tra la terra ed il cielo.
E oggi che si fa?
Non lo so, gli dissi, ma forse sarebbe il caso di darsi da fare. Che ne so, cercare qualcuno che si unisca a noi.
A che pro? Io non ti basto?, e sorrideva, dicendolo
Beh, ecco, dipende.
Avevo sentito tutti i rumori della notte. Le carte trascinate dal vento; le saette improvvise delle automobili sulla strada deserta; l'accendersi intermittente di un lampione, quasi rotto dal tempo. Avevo sentito tutto, e avevo i nervi ancora tesi, come dopo una sfuriata. Mi sentivo tutto fuorchè riposato.
Lui si alzò e disse
Mettiamoci in moto, il giorno è lungo.
Ed in effetti lo era: i negozi non avevano ancora alzato le serrande, per la strada non c'era che qualche vecchio in cerca del ristoro del mattino e un gruppo sparuto di studenti. Era un mattino grigio e senza fretta, di quelli che ti mettono voglia di tornare nel letto e continuare a dormire; quando ce l'hai, un letto.
Camminammo per un po' senza parlare, soltanto pescando a larghe mani dal mare dei pensieri che ci agitavano. Io avevo freddo e tremavo un poco. Lui non dava segni di cedimento.
A volte credo che ci sia bisogno di più violenza, nel mondo, disse.
Cosa intendi?
Violenza. Scazzottate, sparatorie, omicidi. Cose così.
Ma che dici?
Massì. La democrazia mi fa venire sonno.
Rabbrividivo per quanto aveva appena detto. Non aveva spostato nemmeno un sopracciglio. Tutto questo non lo turbava affatto.
Penso che la democrazia ti dà la possibilità di scegliere il sonno, gli dissi. Cioè, sai, parte tutto dal fatto che la mia libertà finisce dove inizia la tua.
Ah si?
Dio, penso di si.
Forse hai ragione.
Stette in silenzio per un altro po'. Non sapevamo dove andare, ma io non osavo chiedergli cosa avesse in testa. Avevo la netta impressione che stesse incominciando a dare di matto. Questo viaggio, iniziato come scommessa con noi stessi, stava per renderci entrambi matti come cavalli.
Raggiungemmo il limite del paese. Dopo qualche minuto potevamo vedere il caseggiato allontanarsi alle nostre spalle. Eravamo immersi nella campagna, il sole lattiginoso avvolto di nebbia. Di tanto in tanto una mulattiera s'incrociava alla strada che stavamo percorrendo: da essa provenivano un sacco di polvere e i movimenti nodosi dei contadini e i colpi dei loro attrezzi.
Fu di nuovo lui a rompere il silenzio.
Sarà pure come dici, ma io mi annoio.
Sembrava imbronciato come un ragazzino a cui avessero negato l'uscita serale. Ciò che trasmetteva non era rabbia, quanto insofferenza. Si sentiva stretto nelle sue vesti, stretto nella sua testa, stretto da tutto quanto in morsa che non lo voleva lasciare. Era come addentato da qualcosa che non mollava la presa.
E io non voglio annoiarmi.
Forse abbiamo sbagliato a lasciare tutto e partire. Voglio dire, avremmo potuto trovarci un lavoro, una famiglia. Avremmo potuto rispettare le scelte degli altri, gli dissi.
Certo, avremmo potuto.
Non mi contraddiceva più. Aveva un pallore mortale, addosso. Ora dava l'impressione di avere paura.
Giungemmo in un altro paese, e vedemmo la stazione dei treni, che affiancava la superstrada.
Che ne dici, riprendiamo il viaggio?
Massì, perchè no. Vediamo se da qualche parte c'è qualcosa da fare.
Salimmo sul primo treno che trovammo. Come sempre, non facemmo il biglietto. Le campagne si alternavano a modeste capanne industriali. C'era traffico di camion e persone, la laboriosità di quest'ultime ben netta nella corsa del treno.
Lui scoppiò a piangere. Questo mi fece impressione, perchè lui di solito non perdeva mai il controllo su di sè. Lo lasciai piangere senza chiedere il motivo delle sue lacrime. Gli appoggiai semplicemente una mano sulla spalla, mentre lui lasciava cadere le gocce di sè sul pavimento sudicio del treno.
Scendemmo in una grande città. C'era il sole, nitido come una lama ad un passo dal cuore. Le persone si muovevano, lente o veloci, per compiere qualcosa. Noi assomigliavamo più alle cose: agli alberi, ai cesti dei rifiuti, ai corrimano. La città era dolce e color mattone, le sue vie chioccianti di studenti universitari.
Trovammo ristoro presso un locale. Lui aveva gli occhi rossi ed il portamento fiero di chi ha pianto. Dopo un paio di birre scure avevamo tutto più chiaro davanti a noi: il nostro ruolo nel mondo era guardarlo. Tenerlo tra le dita come un oggetto di cui non si conosca la funzione, studiarlo attentamente fino ad impararne i segreti. O almeno, questo io pensavo.
Ma tutto questo si chiuse in sè, implodendo in un meraviglioso collasso di forme e colori, quando lui alzò gli occhi su me e, fissandomi precisamente nell'anima, disse
E' ora di cambiare le cose. Tutto quanto.
E così fece.








































postato da fabiochiusi | 12:46 | commenti (2)


mercoledì, marzo 24, 2004
 
I viaggiatori

L'ho visto uscire di casa e farsi un'opinione di tutto. Era notte e girava sui mostri delle rotaie. Al binario due partiva il suo treno, il treno che l'avrebbe riportato a casa. Era tuttavia ignaro delle cose, lo zaino in spalla, i brani di lei a spargere cenere sul pomeriggio.
Veniva da una settimana di viaggi senza senso. Un paio di giorni di qua, altri due di là, sempre diviso tra la fame e quella sensazione senza pensiero che ti dà il prendere un treno. Cercare gli orari, i binari; squadrare i volti pieni di affettazione dei viaggiatori; la noia morire sui volti; i volti morire di noia: tutto questo era la sua vita, in quella settimana.
Faceva freddo. Marzo aveva messo gli occhi grigi, non ne voleva sapere di sorridere.
Io lo accompagnavo dovunque. Se lui mi avesse detto
Prendiamo il primo treno per madrid
io l'avrei seguito come se avesse portato il più chiaro degli esempi. Perchè di lui mi fidavo, e di lui non potevo fare a meno.
Hai mai notato che c'è sempre questa contraddizione tra l'attesa e la fretta, in una stazione?
mi disse, e io gli risposi che no, non ci avevo mai fatto caso. Per me una stazione era solo un ponte tra un luogo ed un altro, un posto che, dopotutto, non esisteva affatto.
Invece esiste eccome, faceva lui, accendendosi una sigaretta. Guarda quanti mozziconi spenti a metà ci sono per terra.
Può darsi.
Guardavamo il cielo che tuonava lamiere. Facevamo i conti con i nostri giorni privi di speranza.
E adesso che facciamo? Torniamo a casa? gli dissi, e lui
Non lo so, possiamo sempre fermarci prima.
Hai fretta, tu?
No.
Nemmeno io.
E poi lo sai che non mi piace dover tornare a casa.
Lo puoi ben dire.
Aveva questo approccio senza tempo, alle questioni di tutti i giorni. Pensare alle faccende quotidiane gli dava un insopportabile fastidio, come se qualcosa che avesse ingerito si fosse bloccato nella gola. Era come se volesse essere lasciato al buio.
Ti ricordi quando abbiamo deciso di proseguire gli studi? mi chiese.
Si, me lo ricordo bene. Non avevamo scelta.
Invece si, l'avevamo, disse. Poi non disse più nulla.
Il treno giunse e noi non lo prendemmo. Non ci guardammo nemmeno: semplicemente sapevamo che non l'avremmo preso. E' una di quelle sensazioni che si hanno nitide sotto la pelle, come quando finisce un amore o è ora di andarsene da un posto che non ti piace.
Il treno successivo andava da tutt'altra parte. Noi il biglietto non ce l'avevamo comunque, non l'avevamo mai fatto. A volte abbiamo dovuto pagare una multa, ma, nel complesso, posso dire di aver risparmiato una fortuna. Avevamo gli zaini logori e le scarpe zittite dall'asfalto. Lui stava come fuggendo da un demone velocissimo.
Cosa è che ti tortura? gli chiesi, dopo una valanga di silenzio.
Lui non mi rispose subito. Stette un sacco di tempo a formarsi una opinione su ciò che gli correva affianco, su ciò che pensava, su ciò che aveva lasciato dove eravamo stati. Lo so, perchè è fatto così.
E' questa cosa, vedi, la fugacità di tutto. La precarietà.
Capisco.
Il fatto che tutto quanti costruisci può venire distrutto in qualsiasi momento da uno qualsiasi degli eventi del mondo. E ciò che è peggio, niente può serbarne memoria.
E' a questo che pensavi, dunque.
Si.
Non credi che da qualche parte resti una memoria di noi?
Può darsi. Ma non in me. Il che equivale a dire che non ne resta affatto.
Io lo sapevo cos'era, tutto quel male. Lo vedevo nei suoi movimenti, nei suoi occhi pieni di notte, nelle sue mani stritolate dai nervi. Era come se fosse un libro aperto in una pagina piena di metafore splendide sulla divinità dell'esistenza. Lui era così: limpido, semplice, imperfetto.
Quando decidemmo di scendere fu come aprire gli occhi e trovare uno sconosciuto. Era un piccolo paese, pieno di nebbia e ferocia. Qualche anima senza resistenza si era appoggiata a una vana promessa, e noi amavamo confonderci tra chi non ha che scommesse, nella vita.
Era una tarda notte di marzo, e non avevamo che i nostri pensieri. Eppure erano abbastanza per impedirci di prendere sonno.




































postato da fabiochiusi | 20:08 | commenti (2)


martedì, marzo 23, 2004
 
niente movimento e niente aria. ho tenuto fra le mani una idea magnifica sul senso del tutto, ma è sfuggita con l'alba.
postato da fabiochiusi | 12:58 | commenti


lunedì, marzo 22, 2004
 
circondato da un'aria di presagi, non mi curo di niente che non mi appartenga.
postato da fabiochiusi | 14:07 | commenti (5)


domenica, marzo 21, 2004
 
a spasso per il paese delle nebbie. gli occhi sulle pagine che volano, decenni ed anzi secoli che sudano sopra il mio corpo. imprecisato un bisogno di svenarmi, andare piano alla corrente. notte di depressione sulle carezze che muiono. mattina di passi inconsolati sul grigio del cielo. marciato al ritmo delle parole. sono stato aria per le tue notti senza vento.
postato da fabiochiusi | 16:49 | commenti


venerdì, marzo 19, 2004
 
ascoltato i rechenzentrum e i clouddead sotto al sole tepido. rivisto le mie poesie, corrette e migliorate alcune, scartato altre, scritto una nuova che sa tanto di contenuto più che di forma. un grazie ad alberto che ieri notte mi ha fatto tornare al mondo meraviglioso delle correzioni. capito che il mio gruppo se ne va a remengo ogni giorno di più. capito che le chitarre non servono per migliorare le chitarre. capito che ci sono mattine di sole che valgono quanto una vacanza. curato il mio gatto morso e stramorso. amato chiara. rotto il filo che mi lega all'impossibilità di tutto. tirato i denti sul selciato. lasciato un morso dappertutto.
postato da fabiochiusi | 13:25 | commenti (1)


giovedì, marzo 18, 2004
 
sul corpo passano le anime che ti hanno cercato. la mia pelle è una città in fiamme. ti ho cercata dovunque.
postato da fabiochiusi | 16:57 | commenti
 
sopra le notti che saranno io disteso a piombo. sopra le cose che sono ancora io disteso a carezzarle. per una notte al capezzale di trieste dove le anime sono andate come pensatori al patibolo. notte, zolfo, penombre, corpi mossi dal vento e dagli spazi. ho teso un dito sul futuro e ciò che ho visto assomiglia a una diaspora. una dispersione, una divagazione su noi. ombre o lucenze, ciò che importa è che non ti ho dimenticato un attimo. i passi che ho fatto non li farò più, quelli che faremo saranno cammini d'ora in ora più neri. ho visto le stelle e la folgore aprire i cieli, danzato su occhi di sconosciuti. da dove arrivo io, le strade sembrano vecchie e ci sono solo occhi che vedono venerdì, altrove, dipendenza. non puoi arrenderti se non ti sei battuto. e poi via, sfreccianti come luce nella scuola del vento. io, te e niente altro. siamo mare senza rotte: passiamo la notte a cercarci.
postato da fabiochiusi | 13:43 | commenti


mercoledì, marzo 17, 2004
 
il sole è un demone primitivo che s'impadronisce del corpo. tu sei una piuma imperfetta che arrossa il cuore. questi giorni hanno fretta di restare.
postato da fabiochiusi | 13:09 | commenti (1)


lunedì, marzo 15, 2004
 
sei in piazza a camminare senza meta e capisci di essere felice. guardi il castello ammantato della sera e quel poco di nebbia che lo distanzia dagli occhi. è tutto avvolto di lilla e primavera. le persone si muovono piano, senza cercare nulla. il buio sembra non arrivare più. per le strade si diffonde un odore primitivo, della tua infanzia. sei lì, immerso nei pensieri leggeri di metà marzo, e capisci di non chiedere più nulla. e dimentichi i desideri stupidi di grandezza, le manie, le paure, tutte quelle cause strane che ti fanno morire d'angoscia. senti la quiete nella voce delle persone. chiara è più affettuosa, più bambina, più vera e bella di un giorno di sole infinito. il paesaggio è dovunque: non negli occhi, non tra le persone, non negli spazi aperti. il paesaggio, la bellezza, la calma sono di noi tutti, dappertutto, come un piccolo semidio disperso dentro al tuo petto, come una grazia ancestrale che si ripeta senza sosta e senza noia.
il miracolo dell'esistenza è la bellezza, il fatto che sia sempre nuova. ed è così che nasci ogni volta che hai la fortuna di accorgertene.
postato da fabiochiusi | 19:56 | commenti


domenica, marzo 14, 2004
 

tutte le mie passioni in lotta. ma quando hanno ucciso giulio cesare io ho sentito le ragioni di bruto e ho avuto schifo. io sto con antonio.
lottando contro la peste ho trovato la peste. di camus colpisce sempre l'arguzia della sua essenzialità. dice tutto quello che dovrebbe dire, e poi aggiunge quella frase che turba, breve, come una pugnalata nel petto. ecco il miracolo nelle sue pagine: fulmineo, chiaro, inconfondibile. le similitudini con cecità. la condizione metaforica di tutto. l'angoscia del morbo che si diffonde. le analogie con lo stato del mondo, oggi. il fatto di poter essere bersagli inconsapevoli, incolpevoli, in qualsiasi momento, in ogni luogo. ecco perchè mi fanno tanta paura, la peste e cecità: è in essi che stiamo vivendo.
la lotta con la bestia. passeggiata, respiro, strade vuote. il cielo coperto di grigio. silenzio. pace.
la sovranità della lotta. il sangue represso con le parole. le parole che nuotano nel sangue.
poichè c'è un domani non sono ciò che vorrei. troppo tempo per rimandare.





postato da fabiochiusi | 18:13 | commenti
 
big fish, tim burton: il piacere di narrare puro, figlio de le mille e una notte. le storie, magnifiche, per riempire le nostre vite che si assomigliano. la dolcezza, la delicatezza di una mano piena di colore e sentimento e poesia, come affresco di luce e vita sopra il tenore stanco delle cose. e una tesi portante fatta di amore che pervade l'intero film. una iniezione di positività, feroce, forte come un nietzsche al contrario. un assolo tenue di abbracci e carità che tanto ricorda gli occhi di una persona che ami.
per una notte, questa è la pace.
postato da fabiochiusi | 03:06 | commenti


venerdì, marzo 12, 2004
 
non mi piace il popolo dei blogger. non mi piace la gente che passa il tempo a leccarsi il culo. mi piace la gente che ha il coraggio di dire quello che pensa, quando e se pensa. è così bello sentirsi scomodi, a volte, che potresti incominciare a dare contro alla gente anche soltanto per vedere la maniera idiota che ha di reagire.
no, niente giornata della carezza. niente barboni che muiono di fame e connessi istinti di misericordia.
oggi c'è il sole ma è una giornata tristissima per quello che è successo a madrid. niente moralismi: è semplicemente una cosa orribile. non è un giudizio di valore: è un fatto di cronaca.
avrei potuto esserci io, o chiunque di voi (se mai ci fosse qualche lettore).
cazzo, e la gente passa il tempo in rete a discutere di stronzate.
ma per piacere.




postato da fabiochiusi | 15:37 | commenti (2)


giovedì, marzo 11, 2004
 
giornate d'azzurrità e scontro. ho letto cecità e visto lo spettacolo. belli i colori, bella l'emozione e l'angoscia di tutto quanto. belle le immagini dei santi con gli occhi coperti. belle le frasi che scorrevano in video. bello il piovere amazzonico e lo scrosciare delle sere mutilate///simulate. bella la stanza del medico, la luce morta che pioveva sul letto. belli i capelli e gli occhi e la nevrosi della protagonista.
giorni d'azzurrità e previsione. fare niente e contare il tempo che manca a tornare a fare niente. scrivere di sè senza fregarsene degli arroganti che vengono, giudicano, credono di essere il Verbo. essere fuori di sè, dentro sè, liberi come cazzo ti pare, pieni delle parole che ti vanno quando ti vanno. sentire i momenti morirti sulla pelle, il tempo farsi carne morta, passata, acqua disciolta sulle tue labbra. ho scoperto di non avere ironia nello scrivere. tanto meglio: c'è poco di ironico da dire.
giorni d'azzurrità e progetti. voglia di scrivere un romanzo, ricerca di idee per la tesi, poesie abbozzate nelle notti lente, canzoni orrende che continuamente scrivo e continuamente scarto. e una passione vera, forte. non una provocazione. non l'arroganza.
giorni di libertà. fanculo dal profondo del cuore alle costrizioni. libero e triste e pieno della mia sbilenca serenità vado a inabissarmi negli occhi di chiara.


postato da fabiochiusi | 13:32 | commenti


mercoledì, marzo 10, 2004
 
è stata una giornata lunga, estenuante, bellissima. io e chiara ci siamo baciati tra le luci della notte a venezia. abbiamo camminato e riso mano nella mano. non c'è stato che un evviva di sole e pensieri. ho pensato che il sangue scorre nelle cose. che la luce ha un anno. che ci sono forse risposte per le nostre domande. tutto ha senso, se davvero sei libero di essere te stesso.
postato da fabiochiusi | 01:12 | commenti


domenica, marzo 07, 2004
 
invece poi è stata una serata magnifica. io e chiara sdraiati nel nostro letto di tepore, le luci soffuse, le parole sussurrate, december dei circlesouth a carezzarci i visi arrossati. lei ha quasi disertato una cena ufficiale per corrermi incontro. ha corso per me. il gatto ha smesso di delirare. in compenso è andato in calore, e miagola come un ossesso. gli altri si sono fatti vivi e tutti assieme abbiamo visto masini trionfare a sanremo, tra le risate generali, la gente che si toccava le palle, le battute cattive sulla jella dappertutto a farci belli. c'era un bel clima, incantato, lieve. sono quasi le due del mattino e non ho niente da fare nella prossima settimana, fuorchè leggere ed interessarmi a ciò che mi piace. questo assomiglia davvero tanto alla felicità.
postato da fabiochiusi | 01:59 | commenti (1)


sabato, marzo 06, 2004
 

un sabato pomeriggio col mio gatto ferito

quando ti ritagli un pomeriggio per stare in santa pace con la tua ragazza scorpi che il gatto ha un buco sopra l'orecchio sinistro. no, non è un piercing. è un mozzico. un mozzico fetente che ha fatto infezione e butta pus per tutta la casa. di chi è colpa? di quel grassone del gatto dei vicini. stronzo, grasso, brutto. va a rompere il cazzo alla mia jukka perchè non ha di meglio da fare. io in compenso ho preparato una riga di sassi da tirargli la prossima volta che lo vedo.
dicevo che quando pensi a un bel sabato pomeriggio in intimità, ecco che il tuo povero micio se la piange e se la sanguina per il giardino. e allora via a portarlo da un veterinario. e allora via col veterinario a rapargli l'orecchio, vedere il gatto che muore d'anestesia, occhi sbarrati e zampe sussultanti. e allora via, siringhe e antibiotici e spurghi di pus e sangue e tutto il resto. e poi via in macchina col gatto moribondo che non capisce un cazzo sul sedile posteriore, tu con la pena nel cuore come se ti avessero strappato di dosso un amore. e poi ecco il gatto che rotola nel bagno, incoccia in tutto quanto, cade ad ogni passo, trema con gli occhi grandi come una malattia.
e chiara che arriva e cerchiamo di volerci bene ma il tempo ci stritola e più il tempo ci stritola più ci vogliamo bene e più ci vogliamo bene più il tempo ci stritola. e quindi via per il centro a passeggiare con un occhio al quadrante, lei piena di commissioni e curiosità, io che la stringo e poi penso al mio gatto che delira nel cesso.
poi ti immagini senonaltro una serata davanti ai verdena. ti immagini con la tua ragazza stretto attorno a un muro di chitarre che grondano passione e morte e ferocia. invece scopri che la tua ragazza ha una cena coi parenti e non può mancare, scopri che tutti gli amici che dovevano venire con te non ne hanno voglia e chissà perchè non ti avvisano nemmeno. e ti ritrovi solo con il gatto ancora sanguinante, senza donna, senza amici, alle otto e trentatrè di un sabato spossante, con la finale di sanremo che incombe e i postumi della sera prima che mettono stanchezza e depressione e dici
fanculo ho passato il mio ultimo esame e sono qui a disperare perchè il gatto è quasi morto, la morosa ha mille impegni quando deve uscire con te e nessuno quando deve uscire con gli altri, la gente si fa sentire quando ne ha voglia e fanculo fa un freddo cane
e dici
fanculo dovrei essere sbronzo fradicio e invece tutto quanto posso fare è aspettare che inizi sanremo e sperare che qui la smettano di rompere il cazzo

e per questo la smetti di chiederti perchè odi il sabato sera.







postato da fabiochiusi | 20:36 | commenti


venerdì, marzo 05, 2004
 
è stata una notte terribile. indifferenza, aria, colpevolezza, complicità negate. poi è stata una mattina nervosa, il cielo pieno di fuliggine e intenzioni andate bruciate. non ho avuto che i rumori nella mia testa, senza dolcezza, pieni di odio e nevrosi. processi bloccati, reverberi incastrati nella testa. ossessioni incivili, nemiche. il mio gatto che non mi fa le fusa, gli orari strani di questa vita sconclusionata. il non sentirsi dentro a una direzione. i circoli che si ripetono, la noiosa sensazione di trovarsi al punto di partenza, sempre, per ogni cosa si faccia, senza progressione. le precarietà, ancora, fortissime. le nausee. lo schifo. la rabbia. niente di docile. è stata una mattina dove avrei voluto fare a pugni con una immagine allo specchio, riempire le cose di terrore, proprio della paura che esse infondono a me. è stata una penombra quieta, invece, di quelle che ti fanno sentire arreso, sciocco, idiota. quando non sei padrone di una situazione vederla sfuggire da sotto il grugno è come ricevere una mazzata nello stomaco. e quando poi cerchi di riportarla a te, senza riuscirci: allora senti anche il dolore. per andarci d'accordo, oggi il mondo dovrebbe avere un sacco di velocità, cinismo e violenza. invece è tutto fermo e pieno di nebbia.
postato da fabiochiusi | 13:28 | commenti


martedì, marzo 02, 2004
 
vedo chiara che si addormenta davanti a bianco rosso e verdone. vedo gli ultimi sprazzi di un tedioso festival di sanremo. sento il gelo nelle mani e sono felice perchè sto studiando qualcosa che migliorerà la mia vita. oggi cerco una fattucchiera e le chiedo di lasciare tutto come sta adesso, coi miei ventiquattro anni, il mio amore fortissimo, la mia musica impossibile e le poesie che non riesco a scrivere. l'altro lato della precarietà è il brivido che corre la schiena e ti lascia la speranza del miracolo. l'imprevisto montaliano è il vero motivo per cui alzarsi alla mattina.
postato da fabiochiusi | 23:45 | commenti
 
pensierino della notte: se ognuno facesse ciò che piace il mondo non conoscerebbe l'odio. ma se l'avessi pensato domani mattina sarebbe stato tutto pieno di fuoco.
postato da fabiochiusi | 01:14 | commenti (5)


lunedì, marzo 01, 2004
 
torno a casa all'ora di cena e i rumori mi mettono il fastidio. c'era tutta la poesia della sera, tutta la voce dei death cab for cutie nella sera: tutta la maledizione dei nervi andati a male per causa di chi mi gira per casa.
è stata una giornata magnifica: il sole, i baci, la semplicità. le ore passate sopra le riflessioni di simon sul comportamento umano. io e chiara stesi sul divano a farci il solletico e ridere come pazzi. lei e la sua pronuncia inglese mezza masticata. io con le mie impennate di gelosia. è stata una giornata come tante, tantissime altre: la gola riarsa dai fiumi di lei, le ore danzanti tra la noia e la compassione, le asperità di una mente che non trova pace.
e ora il sol scordato del pianoforte di casa, il tocco arrogante di mia sorella sulle cose, i rumori della cucina. nessuna intimità, tutto privato di colore e odore e sostanza. tutto rovente e bruciato nelle mie ossa.
tra due ore me ne esco.


postato da fabiochiusi | 19:35 | commenti
 
penso di avere trovato un titolo per le poesie nuove. dieci si salvano. le prossime dovranno tutte parlare di ciò che viene negato. di cose belle che vengono negate. devono essere piene di rancore e sbilenche. devono essere la storia di chi ha a che fare con la precarietà. tutta questa lotta è contro la precarietà. oggi l'ho ricevuto forte e chiaro dagli sguardi di laura. qualcosa deve restare.
postato da fabiochiusi | 00:51 | commenti (3)