| aria delle notti senza vento | ||||
about un dolce, lievissimo pugno nello stomaco prima di chiudere gli occhi e cadere. altri link banana co. farraginoso board mello_yello sam-dividing days ep true luv board blog archivio luglio 2006 giugno 2006 maggio 2006 aprile 2006 marzo 2006 ottobre 2004 settembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 maggio 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 gennaio 2004 counter visitato *loading* volte |
giovedì, marzo 16, 2006 Vedi? Mentre io cerco di raccoglierti tra i vetri e le carcasse da terra tu evolvi, e sei altro da ciò che ho amato e altro dalle desolazioni ultime. Questo intendevo quando ti ho detto del portare i fiori a un sepolcro, questa la devianza prima: cancellarci significa non avere occhi per il cambiamento. Il tempo sfama la mia solitudine e la tua, separate, senza curarsi di ciò che è stato. Ricordalo quando affronterai nel mio volto il volto di un estraneo. postato da fabiochiusi |
13:50 | commenti (1)
Un piccolo tempo trema e il consiglio è remoto: dove il tempo frana e la parola è un corpo di pagine bianche. Vinceremo? (Oltre il remoto c’è altro: la scarpa bianca, la bianca quiete, il letto in cui dormono le memorie; oltre te che scompari c’è l’ombra che scompare, il coraggio per una ripetizione di tende scure imposte sulla tormenta per nasconderci). Il breve consiglio è il tempo di quattro anni: uno per raggiungerti, uno per tenerti la testa, uno per superarci ed uno per sconfiggerci.
(Dove sarà la mia casa? I complici sapranno ogni dettaglio, gli sconosciuti ogni ricciolo delle tue vanità, la tappezzeria, le mura blu, l’ordine che imporrai alle cose perché non siano lingue ignote). Se ti aiuta il tempo è nostro alleato; se ci divora è alleato. Se rimane un anno alla vendetta è nostra nemica: se considera i nemici è una maledizione. Amore, tornerai per gli assenti.
Aveva prevalso la condizione, la scelta salata del mare senza fine: annegavo per la specie misteriosa del rimorso. Per l’ottimo degli altri annegavo, circondato di fantasmi e fazioni senza bandiere, votate all’inesistente e a quel maglio di giovinezza che ha richiesto il nostro sangue come un altare demente come un favore ai perseveranti nell’odio.
E si accumula lo spazio perduto, un impero senza centro e senza dove il cui unico alleato è stata la menzogna. Senza di te sarà una barbarie.
mercoledì, marzo 15, 2006
Quando smettiamo un’immagine congruente del mondo smettiamo di volerci. Come se il desiderio fosse la chiave, tu la cenere agganciata alla toppa, la previsione che non regge l’urto della smentita.
Dichiaro l’impossibilità di tutto: se raggiungi una ventata d’enigma lascia il segno delle tue mani quale impronta del tempo trascorso nella reggenza della gioia e dell’incanto, quel dominio spaziale che ti ha spaventata al punto di smettere di volermi.
***
Anche dopo la morte c’è un mattino di sole. E le spade: sono tutte affilate e pronte come ogni mattino: il rapimento del tempo passato, il riscatto in un bacio futuro, nel mezzo l’assenza e l’anonimato di chi ha creduto che almeno la morte fosse definitiva. Invece ritorna, e con lei la scala che guarda il cielo e l’abisso, la torcia delle gallerie franate su noi, l’esperimento del dolore nel culmine dell’assurdo.
Si torna ogni notte da una volontà che annienta.
***
Perché non capisci il valore critico dell’insegnamento ogni giorno imparare i giochi coi dadi tratti le carte disposte sul tavolo come preparandosi a vincere o essere sconfitti da storie contingenti (o è la necessità a ridurti a brandelli, a prendere il tuo corpo e farne uno stagno di malattia, un focolaio dove si raccolgono gli uccelli delle ferite)
davvero è imparare il segreto, sostare come un bersaglio con i denti aguzzi ogni volta che si viene colpiti stringere un poco i denti, sfogliare l’album delle paure e dare i nomi alle cose che colpiscono (ti hanno forse detto niente rimane, te l’hanno detto, nemmeno il più grande dolore ha un significato, te l’hanno detto, non è il giorno in cui moriranno i tuoi desideri ma un giorno qualunque) e dare i nomi alle cose che non colpiscono e trattarle come un progetto e una promessa, credere che torneranno e saranno la salvezza che cerchi ogni giorno in chi ami, in chi credi, nelle cose e nelle persone e nelle opere dell’uomo che ti spingono a litigare e spenderti in loro difesa (ma la difesa si compie da sé, è l’attacco che deve mancare: è scritto nelle carte sul tavolo) o ti raccoglieranno dall’avventatezza con i fiori sul volto e il profumo che facevano nella sua casa dove hai creduto davvero potessi spendere la tua vita, quella pace, quel calore che ti dava il suo camminare senza sosta tra te e la cucina, i rumori che avevi addomesticato e avevi imparato (vedi, il verbo ritorna) a chiamare coi nomi giusti, in cui nasconderti era il tuo piccolo reato d’amore, fino a che lei ha capito che l’eterno è una sfocatura della giovinezza, è nelle lenti dei bambini non nella vista del mondo, è nei sognatori e nei non accondiscendenti e quando l’ha capito non hai saputo che obiettarle (tu lo sapevi già, non è colpa di nessuno: il male degli innocenti è solo un nome per la possibilità dell’amore di finire) ed in realtà è stato un sollievo dirle che nonostante tutto l’amavi ancora, anche se avessi dovuto convincerti che gli anni non avessero insegnato nulla, anche mentendo alla ragione tuttavia non hai potuto che imparare a convivere con questa menzogna assoluta e respingere l’attacco dei soldati futuri, sostare a un passo dalle visioni proibite, lanciare un ultimo monito alle cose che verranno: (non credere in nulla che possa finire).
***
Il tuo sonno vicino e lontano le crisi degli occhi bui. La leggerezza con cui tutto diviene memoria tra i sassi e la polvere. Questa mia fede male accompagnata da un urlo più alto, la candela insabbiata dalle parole di un lottatore finito: giocano al morto nel corpo del condannato, il qui presente, il sottoscritto: l’ascendente al patibolo. L’ascensione alla purezza accompagna l’ascolto dell’inferno privato
e l’attardarti nelle ossa vuote, e il setacciare la sabbia nella ricerca delle vene d’oro, e il comprendersi stabili prede dell’avvenire.
***
Non abbiamo armi per l’insensato. Per l’inesatto che pure ci chiede l’esattezza del dolore e del pomeriggio di magnifico tepore sulle lame del castello. Per l’abrupto e il quieto, per le lacrime che scagionano tutto e avvolgono di sete le armi e la distanza. Dove abbiamo fallito poteva inserirsi forse altro dal fallimento o è solo che non abbiamo scelta e dobbiamo inchiodarci con gli occhi rubino alle suole del tempo, e al mondo che scorre fingendo al tuo fianco dobbiamo tutte le perle che ci eravamo promessi.
postato da fabiochiusi |
11:34 | commenti (2)
|