aria delle notti senza vento


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un dolce, lievissimo pugno nello stomaco prima di chiudere gli occhi e cadere.

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giovedì, marzo 16, 2006
 

Vedi? Mentre io cerco di raccoglierti

tra i vetri e le carcasse da terra

tu evolvi, e sei altro da ciò che ho amato

e altro dalle desolazioni ultime.

Questo intendevo quando ti ho detto

del portare i fiori a un sepolcro, questa

la devianza prima: cancellarci

significa non avere occhi per il cambiamento.

Il tempo sfama la mia solitudine

e la tua, separate,

senza curarsi di ciò che è stato.

Ricordalo

quando affronterai nel mio volto

il volto di un estraneo.

postato da fabiochiusi | 13:50 | commenti (1)
 

 

Un piccolo tempo trema e il consiglio è remoto:

dove il tempo frana e la parola

è un corpo di pagine bianche. Vinceremo?

(Oltre il remoto c’è altro: la scarpa bianca, la bianca quiete,

il letto in cui dormono le memorie; oltre

te che scompari c’è

l’ombra che scompare, il coraggio

per una ripetizione di tende scure

imposte sulla tormenta

per nasconderci). Il breve consiglio

è il tempo di quattro anni: uno per raggiungerti,

uno per tenerti la testa, uno per superarci

ed uno per sconfiggerci.

 

(Dove sarà la mia casa? I complici sapranno ogni dettaglio,

gli sconosciuti ogni ricciolo delle tue vanità,

la tappezzeria, le mura blu, l’ordine

che imporrai alle cose

perché non siano lingue ignote). Se ti aiuta il tempo

è nostro alleato; se ci divora è alleato.

Se rimane un anno alla vendetta

è nostra nemica: se considera i nemici

è una maledizione. Amore, tornerai per gli assenti.

 

postato da fabiochiusi | 12:15 | commenti
 

 

 

 

 

Aveva prevalso la condizione, la scelta salata

del mare senza fine: annegavo

per la specie misteriosa del rimorso.

Per l’ottimo degli altri

annegavo, circondato di fantasmi e fazioni

senza bandiere, votate all’inesistente

e a quel maglio di giovinezza che ha richiesto

il nostro sangue

come un altare demente

come un favore ai perseveranti nell’odio.

 

E si accumula lo spazio perduto,

un impero senza centro e senza dove

il cui unico alleato

è stata la menzogna. Senza di te

sarà una barbarie.

 

postato da fabiochiusi | 10:09 | commenti


mercoledì, marzo 15, 2006
 

 

 

Quando smettiamo un’immagine congruente del mondo

smettiamo di volerci. Come se il desiderio

fosse la chiave, tu la cenere

agganciata alla toppa, la previsione che non regge

l’urto della smentita.

 

Dichiaro l’impossibilità di tutto:

se raggiungi una ventata d’enigma

lascia il segno delle tue mani

quale impronta del tempo trascorso

nella reggenza della gioia e dell’incanto,

quel dominio spaziale

che ti ha spaventata al punto di

smettere di volermi.

 

 

***

 

Anche dopo la morte c’è un mattino di sole.

E le spade: sono tutte affilate e pronte

come ogni mattino: il rapimento del tempo passato,

il riscatto in un bacio futuro, nel mezzo

l’assenza e l’anonimato

di chi ha creduto che almeno la morte

fosse definitiva. Invece ritorna, e con lei

la scala che guarda il cielo

e l’abisso, la torcia delle gallerie

franate su noi, l’esperimento del dolore

nel culmine dell’assurdo.

 

Si torna ogni notte da una volontà che annienta.

 

***

 

Perché non capisci il valore critico dell’insegnamento

ogni giorno imparare i giochi coi dadi tratti le carte disposte sul tavolo

come preparandosi a vincere o essere sconfitti da storie contingenti

(o è la necessità a ridurti a brandelli, a prendere il tuo corpo

e farne uno stagno di malattia, un focolaio dove si raccolgono gli uccelli delle ferite)

 

davvero è imparare il segreto, sostare come un bersaglio con i denti aguzzi

ogni volta che si viene colpiti stringere un poco i denti, sfogliare l’album delle paure

e dare i nomi alle cose che colpiscono (ti hanno forse detto

niente rimane, te l’hanno detto, nemmeno il più grande dolore

ha un significato, te l’hanno detto, non è il giorno in cui moriranno i tuoi desideri

ma un giorno qualunque) e dare i nomi alle cose che non colpiscono

e trattarle come un progetto e una promessa, credere che torneranno e saranno la salvezza

che cerchi ogni giorno in chi ami, in chi credi, nelle cose e nelle persone

e nelle opere dell’uomo che ti spingono a litigare e spenderti in loro difesa

(ma la difesa si compie da sé, è l’attacco che deve mancare: è scritto

nelle carte sul tavolo) o ti raccoglieranno dall’avventatezza

con i fiori sul volto e il profumo che facevano nella sua casa dove hai creduto

davvero potessi spendere la tua vita, quella pace, quel calore che ti dava

il suo camminare senza sosta tra te e la cucina, i rumori che avevi addomesticato

e avevi imparato (vedi, il verbo ritorna) a chiamare coi nomi giusti, in cui

nasconderti era il tuo piccolo reato d’amore, fino a che lei ha capito

che l’eterno è una sfocatura della giovinezza, è nelle lenti dei bambini

non nella vista del mondo, è nei sognatori e nei non accondiscendenti

e quando l’ha capito non hai saputo che obiettarle (tu lo sapevi già, non è colpa

di nessuno: il male degli innocenti è solo un nome per la possibilità

dell’amore di finire) ed in realtà è stato un sollievo dirle che

nonostante tutto l’amavi ancora, anche se avessi dovuto convincerti

che gli anni non avessero insegnato nulla, anche mentendo alla ragione

tuttavia non hai potuto che imparare a convivere con questa menzogna assoluta

e respingere l’attacco dei soldati futuri, sostare a un passo dalle visioni

proibite, lanciare un ultimo monito alle cose che verranno:

(non credere in nulla che possa finire).

 

 

***

 

Il tuo sonno vicino e lontano

le crisi degli occhi bui. La leggerezza

con cui tutto diviene memoria

tra i sassi e la polvere.

Questa mia fede male

accompagnata da un urlo più alto,

la candela insabbiata dalle parole di un lottatore

finito: giocano al morto

nel corpo del condannato, il qui presente,

il sottoscritto: l’ascendente al patibolo.

L’ascensione alla purezza

accompagna l’ascolto dell’inferno privato

 

e l’attardarti nelle ossa vuote, e il setacciare

la sabbia nella ricerca delle vene d’oro,

e il comprendersi stabili

prede dell’avvenire.

 

 

***

 

Non abbiamo armi per l’insensato. Per l’inesatto

che pure ci chiede l’esattezza del dolore e del pomeriggio

di magnifico tepore sulle lame del castello. Per

l’abrupto e il quieto, per le lacrime che scagionano

tutto e avvolgono di sete le armi e la distanza.

Dove abbiamo fallito

poteva inserirsi forse altro dal fallimento

o è solo che non abbiamo scelta

e dobbiamo inchiodarci con gli occhi rubino

alle suole del tempo, e al mondo che scorre

fingendo al tuo fianco

dobbiamo tutte le perle che ci eravamo promessi.

 

postato da fabiochiusi | 11:34 | commenti (2)