| aria delle notti senza vento | ||||
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giovedì, luglio 27, 2006 Ancora una volta dimentica e ripiana la stanza,
ante nuove, chiuse pareti per i cugini di ieri
affondati nelle stanze passate, cuscini profumati
e tempi stranieri per belve feroci. Cancella
le soglie, gli spettri
lasciali dall’altra parte, lo steccato si divide
in cielo e terra, cenere e spavento
fiore o lanterna. Combatti. Il corso che affianca
la strada percorre il tuo volto, affoga nelle braccia
lisce cui si attaccavano i mondi
scivolando. È un puro affrontare l’ignoto.
Ho una casa nuova, senza mobilio
e tanto ricorda lo smarrimento di fronte
alle comete o all’inevitabile: ma tu portalo
dentro le serrature
se è di un comando che hai nostalgia.
Io è di tutto che ho nostalgia: a volte tornano
le tue mani e mi sembra di afferrarmi
ma sono scale che non terminano, luci
nello spazio siderale tra i ripiani
ed ingannano spesso. Perché ogni edificio
inganna coi suoi mari di possibilità
che schiantano sui ballatoi, le ordinazioni
affamate di chi come un segugio rincorre
le porte alla ricerca di un secondo
del tuo viso. Vedi il tempo nella briciola
e l’ingresso stanco della camera da letto:
ora è un’anticamera di cenere e dannazione
non posso immaginare senza il bianco
delle poesie che scrissi sulle tue lampade.
Il tempo si divide, ce n’è uno in cui
ancora prometti di volere il tavolo nel posto
di prima, i libri accatastati come quando
spegnevo la luce mentre dormivi
e ce n’è un secondo, reale, in cui la casa
è vuota e non c’è il rintocco delle sei e non
si crede più alla follia assoluta
di morderci allo specchio. Dimentica.
Sono le cose di ieri questa fretta
di trasportarsi altrove, è sempre di questo
che soffriamo, dell’ignoto e della eco
triste della partenza, le valigie insonni
nelle mani che cercano la chiave
di un segreto accesso alle stanze di ieri.
Porta le mie dannazioni, dimora dai giorni
di latte: è solo una cadenza di rabbia
che chiedo di allontanare, non tutte le copie
del mondo
solo il mio profilo si alzi nella bufera
come una strada di fiamme con le urla
dell’ombra e della cenere. Dimentico
se è questo il compenso:
anche il fiume d’oro, anche la testa
sulle spalle per i tramonti difficili. Anche
la tensione oltre l’ultima parete
l’abbatto come un animale stanco
se di questo mormorare fai un silenzio
secco. Lascia che non torni
lascia che stia dove stanno i giganti,
sul culmine dello strapiombo
a lanciare le pietre
a chi naviga sotto il suo sguardo. È per questo
che ti chiedo una casa spoglia e un bianco accecante,
anche per le carezze che ci siamo dati
e per l’ingresso che ha visto cambiare le parole
in deserti. Se di questo è fatto il segreto
lasciane le parole nelle maree, io questa lingua
la rigetto come un nemico e la desidero
sorda al mio fianco
o che sia una casa di notti e rumore eterno
in cui si stenda senza comodità
un tappeto di sconsolata amarezza
una dimora distrutta per copie d’argento
una fatalità.
postato da fabiochiusi |
18:41 | commenti (6)
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